Partì da Cesenatico per conquistare il mondo senza mangiare. Non è l’inizio di un romanzo, ma la storia autentica, per quanto circondata da episodi leggendari, di Giovanni Succi: esploratore, spiritista, uomo di spettacolo e soprattutto “digiunatore professionista”. Nato a Ponente intorno al 1850, divenne una celebrità internazionale mettendo in scena la propria astinenza dal cibo davanti a migliaia di spettatori.
La sua straordinaria biografia è stata ricostruita da Francesco Paolella nello studio “Storia di Giovanni Succi, digiunatore”, pubblicato nel 2021 dalla rivista Clionet. Un lavoro che restituisce alla memoria uno dei personaggi più eccentrici nati a Cesenatico, al quale la città ha dedicato anche una piccola strada.
Rimasto orfano poco più che bambino, Succi apparteneva a una famiglia benestante: il padre gestiva un’impresa di trasporti marittimi. A 17 anni raggiunse Roma, dove avrebbe rapidamente sperperato l’eredità, lavorando poi in banca e tentando diverse attività commerciali. L’incontro con un principe africano lo avrebbe condotto a viaggiare tra Zanzibar, Mozambico, Madagascar e altre terre dell’Africa orientale.
Fu proprio durante uno di questi soggiorni che nacque il mito. Colpito da una grave malattia, Succi raccontò di essere guarito dopo un lungo digiuno grazie a un elisir preparato da uno stregone. Si convinse, o volle far credere, che nel suo corpo fosse entrato uno “spirito leone”, capace di renderlo invulnerabile. Per dimostrarlo affermò di avere ingerito morfina e laudano, di essere rimasto per 28 giorni senza nutrimento e di aver camminato per nove ore consecutive su una montagna.
Le sue convinzioni gli procurarono anche due ricoveri in manicomio a Roma, tra il 1883 e il 1886. Ma proprio dopo la seconda dimissione cominciò la sua irresistibile carriera. A Forlì sostenne un digiuno di 14 giorni, trasformato in un autentico spettacolo con sorveglianti e certificazione notarile. La stampa iniziò a occuparsi di lui e il pubblico a scommettere sulla durata delle sue imprese.
Succi brevettò inoltre l’“amaro Succi”, un liquore che, secondo la sua pubblicità, gli consentiva di resistere alla fame e possedeva proprietà terapeutiche contro malattie diversissime: dal colera al tetano, dall’asma ai reumatismi. Intanto le esibizioni arrivarono a Milano, Parigi, Madrid, Lisbona, Bruxelles, Vienna, Amburgo, Boston e New York.
Nella capitale francese digiunò per trenta giorni, ottenendo il premio di 15mila franchi promesso da un impresario. A New York, nel 1890, stabilì quello che venne presentato come un record mondiale: 45 giorni senza cibo. Ogni prova seguiva un rituale preciso. Il digiunatore doveva rimanere visibile giorno e notte, circondato da medici, giornalisti e guardiani incaricati di scoprire eventuali trucchi. Non restava però immobile: camminava, andava a cavallo, frequentava sale da ballo e si sottoponeva a dimostrazioni di forza.
Il suo esperimento più importante si svolse a Firenze nel 1888 sotto la direzione del fisiologo Luigi Luciani. Per trenta giorni Succi venne pesato, misurato e osservato minuziosamente. Lo studioso, pur descrivendolo come eccentrico e suggestionabile, si convinse della sostanziale autenticità del digiuno e della sua eccezionale capacità di ridurre il consumo di energie.
Con l’inizio del Novecento, però, il pubblico perse interesse per questi spettacoli. Succi continuò a esibirsi in birrerie e locali, fino all’ultima impresa conosciuta: nel 1910 rimase per trenta giorni dentro una gabbia di vetro nella sala d’attesa di un cinematografo di Bologna.
Morì nel 1918 a Scandicci. Secondo diversi studiosi, la sua figura potrebbe avere contribuito a ispirare Franz Kafka per il racconto “Un artista del digiuno”, pubblicato nel 1922. Un’impronta sorprendente lasciata nella letteratura mondiale da quell’uomo partito da Cesenatico che riuscì a fare della fame un mestiere, una sfida scientifica e uno dei più incredibili spettacoli del suo tempo.