Le barche di Cesenatico avevano occhi capaci di guardare dove lo sguardo dei marinai non poteva arrivare. Grandi, spalancati e scolpiti in rilievo sulle prue, non rappresentavano soltanto un vezzo decorativo. Erano il segno di un’antica cultura marinara nella quale esperienza, religiosità e superstizione convivevano a bordo.
L’origine di questa usanza si perde nei secoli e richiama simboli diffusi fin dall’antichità sulle imbarcazioni del Mediterraneo. L’occhio doveva consentire alla barca di “vedere” la rotta, riconoscere i pericoli e proteggere gli uomini durante le lunghe giornate di pesca. Il mare, del resto, era un ambiente conosciuto ma mai completamente dominato: un improvviso cambiamento del vento, una tempesta o un errore di navigazione potevano decidere il destino dell’intero equipaggio.
Gli esempi più evidenti si trovavano sui trabaccoli da pesca, le robuste barche tipiche della costa romagnola, caratterizzate dall’ampia prua detta “a petto d’anatra”. Qui gli occhi erano ben marcati, quasi a trasformare lo scafo in una creatura vivente. Su altre imbarcazioni il simbolo cambiava: la battana, semplice ed economica, portava spesso due stelle al posto degli occhi.
Attorno a questi segni si sviluppava un intero linguaggio. Le “zoje”, cioè le gioie, erano decorazioni con motivi floreali; il pulizòn, la cosiddetta cuffia, riproduceva nel legno la pelliccia di un montone. Elementi apparentemente ornamentali che conservavano richiami più remoti, legati alla protezione, alla fortuna e alla forza.
Anche le vele parlavano. I loro colori vivaci erano ottenuti utilizzando terre naturali, mentre le figure dipinte permettevano di riconoscere da lontano la famiglia del pescatore e, in alcuni casi, il parón, il capofamiglia. Simboli geometrici, animali, astri e segni religiosi formavano così una vera “araldica marinara”, comprensibile agli uomini del porto quasi quanto un cognome.
Questa storia è ancora leggibile nella Sezione Galleggiante del Museo della Marineria. Sulle dieci imbarcazioni storiche ormeggiate nel Porto Canale sopravvivono occhi di prua, decorazioni e vele al terzo: non semplici ricostruzioni pittoresche, ma frammenti di una cultura nella quale ogni colore aveva un’identità e ogni barca possedeva uno sguardo. Uno sguardo rivolto al mare, incaricato di riportare a casa i pescatori.