Un premio negato e uno rifiutato. Nella vita di Marino Moretti ci sono due episodi che raccontano il rapporto con il fascismo attraverso una singolare inversione delle parti: nel 1932 fu Mussolini a impedire che lo scrittore di Cesenatico ricevesse il riconoscimento intitolato al Duce; nel 1944, quando l’Accademia d’Italia tornò a premiarlo, fu Moretti a dire no.
A ricostruire questa vicenda è Davide Gnola nel diciottesimo volume di “Le Vite dei Cesenati”. Dal suo ritratto emerge uno scrittore riservato, poco incline alle esibizioni pubbliche, ma capace di assumere una posizione precisa. Un aspetto che merita spazio accanto all’immagine più familiare del poeta delle piccole cose, legato alla casa affacciata sul porto canale.
Il passaggio decisivo risale al 1925. Moretti sottoscrive il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” promosso da Benedetto Croce: una scelta pubblica, destinata a rimanere nella memoria del regime. Intanto la sua reputazione letteraria continua a crescere. Ai successi nella poesia si aggiungono quelli nella narrativa, mentre l’invito del direttore Luigi Albertini a collaborare alla terza pagina del “Corriere della Sera” ne conferma il prestigio.
Nel 1932 l’Accademia d’Italia delibera all’unanimità di assegnargli il “Premio Mussolini” per la letteratura. Fra gli accademici siedono anche amici dello scrittore, compreso Alfredo Panzini. Il consenso dell’istituzione, tuttavia, non basta: Mussolini oppone il proprio veto personale e il riconoscimento viene bloccato. Gnola mette in relazione quel diniego con la precedente adesione al Manifesto antifascista.
Moretti prosegue il suo lavoro. Nel 1935 pubblica “L’Andreana”, ambientato fra i mercanti di pesce di Cesenatico; nel 1941 esce “La vedova Fioravanti”, salutato come il suo capolavoro narrativo. La casa sul canale resta il centro di un’esistenza attraversata da libri, corrispondenze, amicizie e viaggi europei.
Poi, nel 1944, l’Accademia d’Italia torna a decidere di premiarlo. Sono trascorsi dodici anni dal veto del Duce. Questa volta, però, è lo scrittore a respingere il riconoscimento. Una vicenda alla quale lo storico Paolo Simoncelli ha dedicato il volume “L’ultimo premio del fascismo”, citato da Gnola fra le fonti.
Nel saggio compare anche un racconto tramandato dalla memoria locale. Un gerarca fascista, durante le sue visite a Cesenatico, avrebbe tentato più volte di incontrare Moretti. Il poeta si sarebbe sottratto ogni volta, mostrandosi con la valigia in mano, in procinto di partire. Gnola lo presenta come aneddotica cittadina: un’immagine suggestiva, da tenere distinta dai due episodi del premio.
Una firma nel 1925, il veto subito nel 1932, il rifiuto espresso nel 1944: tre passaggi che restituiscono il profilo pubblico di Moretti. Nella biografia dello scrittore di Cesenatico, la discrezione del carattere conviveva con scelte che il potere aveva notato e che il tempo non aveva cancellato.