Prima delle vele colorate diventate simbolo della città, prima delle barche restaurate e delle sale dedicate alla vita dei pescatori, ci fu un convegno.
Dal 7 al 9 ottobre 1977 Cesenatico ospitò “La marineria romagnola, l’uomo e l’ambiente”: tre giornate che segnarono una svolta nel rapporto della comunità con il proprio passato. A 49 anni di distanza, quell’appuntamento rappresenta l’origine del progetto del Museo della Marineria.
A ricostruirne il significato è Davide Gnola nel volume «Cesenatico nella storia». L’iniziativa fu promossa dall’Azienda di Soggiorno, una scelta significativa per un ente turistico: occuparsi della cultura marinara quando lo sviluppo balneare aveva spinto la città a guardare al nuovo, lasciandosi alle spalle le tracce di una vita segnata dalla fatica e dalla povertà.
Nell’introduzione agli atti, Giorgio Calisesi descriveva questa frattura: il turismo aveva alimentato l’illusione di poter recidere i legami con le origini. Dagli anni Settanta iniziò invece un percorso di recupero della memoria, destinato a incidere anche sull’immagine di Cesenatico e sulla sua capacità di distinguersi nel panorama della Riviera.
Il convegno si concluse con un dibattito sull’allestimento di un museo della cultura marinara e sulla conservazione del centro storico. Vi parteciparono studiosi come Andrea Emiliani e Lucio Gambi. Il punto era riconoscere il valore delle ultime testimonianze della marineria tradizionale e costruire attorno a esse “un progetto culturale per la città”.
Da quell’idea prese forma un lavoro di ricerca, acquisizione e restauro delle imbarcazioni, sostenuto dall’impegno di Bruno Ballerin e dei suoi collaboratori. Accanto alle barche vennero recuperate conoscenze, tecniche e abilità custodite da marinai e maestri d’ascia. Nel 1983 fu inaugurata la sezione galleggiante; nel 2005 aprì quella a terra.
Gnola individua nel convegno del 1977 l’atto di nascita del museo: il momento in cui Cesenatico riconobbe nella propria storia marinara un patrimonio da salvaguardare e trasmettere.