Il settembre del 1798 segnò una frattura nella storia religiosa di Cesenatico. Il convento dei Cappuccini, presente da quasi due secoli e ormai profondamente radicato nella vita della comunità, venne chiuso dal nuovo governo napoleonico. Il giorno esatto del provvedimento non è conosciuto, ma l’episodio è documentato nel volume Cesenatico nella storia di Davide Gnola.
La soppressione avvenne in un momento particolarmente significativo. Soltanto pochi mesi prima, il 30 marzo 1798, il commissario del Direttorio per i dipartimenti del Rubicone e del Lamone aveva separato Cesenatico da Cesena, aggregandolo al Distretto di Cervia. Era la prima forma di autonomia amministrativa ottenuta dalla località portuale dopo una lunga battaglia contro il capoluogo. Lorenzo Mazzoni e Felice Briganti erano stati nominati rispettivamente agente e aiutante municipale.
Mentre Cesenatico conquistava una propria identità istituzionale, perdeva però temporaneamente uno dei suoi più antichi punti di riferimento spirituali. La chiusura dei Cappuccini non fu un’iniziativa legata a vicende locali, ma rientrò nella politica con cui i governi rivoluzionari ridimensionarono gli ordini religiosi e intervennero sui patrimoni ecclesiastici.
Il convento aveva una storia già lunga. La prima pietra era stata posata nel 1614, mentre la chiesa, dedicata ai santi Nicola e Francesco, era stata aperta al culto nel 1617. Nel tempo il complesso si era ampliato, arricchendosi di cappelle e opere d’arte. Dal 1671 i frati di Cesenatico avevano ottenuto eccezionalmente la facoltà di confessare anche i laici. Il 12 ottobre 1722 il convento aveva persino ospitato Giacomo Francesco Stuart, pretendente cattolico al trono d’Inghilterra, accompagnato dalla moglie e dal proprio seguito.
La soppressione del settembre 1798 non fu definitiva. Nel febbraio 1800 gli Austriaci tornarono nelle Legazioni pontificie e il convento venne immediatamente riaperto. Anche la giovane autonomia di Cesenatico fu cancellata: il 15 febbraio la località tornò sotto Cesena. La restaurazione durò tuttavia pochi mesi. Dopo la vittoria di Napoleone a Marengo, i Francesi rientrarono nel territorio e Cesenatico recuperò la propria autonomia.
Per i Cappuccini arrivò una seconda e più grave soppressione nell’ottobre 1805. Questa volta i beni furono confiscati e il complesso venne acquistato da Pietro Maria Semprini. Nel 1814, con la fine dell’esperienza napoleonica, Semprini lo donò a papa Pio VII, appena rientrato sul trono pontificio dopo l’esilio in Francia. Il convento poté riaprire soltanto nel gennaio 1822.
Non fu l’ultima interruzione. Una nuova chiusura arrivò nel 1867, dopo l’Unità d’Italia, ma cinque anni più tardi il convento riaprì “per volontà del popolo”. Nel 1894 i frati riuscirono infine a riacquistarlo.
Quella del settembre 1798 rimane dunque una pagina emblematica: nell’anno in cui Cesenatico cominciava a liberarsi dalla dipendenza politica da Cesena, il nuovo potere chiudeva un luogo che da generazioni apparteneva alla vita del paese. Due cambiamenti opposti, nati dalla stessa rivoluzione e destinati a lasciare un segno profondo nella storia cittadina.