Tenetevelo pure, Tadej Pogačar. Tenetevi la sua potenza, la sua perfezione, i cinque successi in questo Tour e quel tempo mostruoso con cui oggi ha cancellato il record di Marco Pantani sull’Alpe d’Huez. Il cronometro, giudice inflessibile e senz’anima, ha stabilito che lo sloveno è salito più velocemente: 35 minuti e 29 secondi contro i 36 e 50 del Pirata.
Ha vinto Pogačar. Ma soltanto a cronometro.
Perché ci sono record che si possono battere e altri che nessun misuratore di potenza riuscirà mai nemmeno a sfiorare. Pantani non occupava soltanto una casella nell’albo d’oro: occupava le strade, i balconi, i bar, le cucine delle case. Entrava nella vita della gente con quella faccia scavata, la bandana, le orecchie al vento e la fragilità esibita senza difese.
Pogačar è un campione straordinario, probabilmente il corridore più completo della sua epoca. Pantani, però, era un’altra cosa. Era un sentimento popolare. Non sembrava costruito per vincere: sembrava nato per attaccare. Non correva contro gli avversari, ma contro il limite, il dolore, perfino contro se stesso. Quando si alzava sui pedali non partiva soltanto un ciclista: partiva un intero Paese.
È la stessa distanza che separa la grandezza dalla leggenda. Messi ha conquistato quasi tutto, ma Maradona continuerà a essere il ragazzo del pueblo, il genio ribelle capace di trasformare una partita in una rivincita collettiva. La tecnica può avvicinare gli uomini alla perfezione; l’imperfezione, qualche volta, li rende immortali.
Pogačar è il ciclismo scientifico, potente, programmato fin nel dettaglio. Pantani era istinto, fame, poesia e disperazione. Uno domina le corse; l’altro continua ad abitare la memoria. Uno ha tolto il record al Pirata; l’altro conserva qualcosa che non può essergli sottratto.
Perciò celebrate pure il nuovo Re dell’Alpe d’Huez. Applauditelo, incoronatelo, consegnategli statistiche e primati. È giusto così.
Ma tenetevelo voi, Pogačar.
Noi ci teniamo Marco Pantani.