Riguardo la liberazione di Cesenatico del 20 ottobre 1944 – grazie all’intercessione del “Custode della Memoria” Gianluca Riguzzi – pubblichiamo un intimo ricordo di Bianca Maria Chiesa, all’epoca tredicenne, che per decenni, fino alla sua scomparsa nel 2017, risiedeva a Cesenatico in viale F.lli Sintoni, nella parte compresa tra i viali Puccini e Bologna. Nel giorno della liberazione di Cesenatico, la sua testimonianza ci aiuta a comprendere gli orrori del nazifascismo, ma anche la speranza per il futuro.
“V” COME VITTORIA
Il giorno in cui Mussolini dichiarò guerra alla Francia e all’Inghilterra, nel giugno 1940, mi trovavo con i miei genitori a Cagliari. Abitavamo nell’ala destinata ad abitazione per gli Ufficiali di stanza nella grande e bella Legione dei Carabinieri. “Via Sonnino, 91” era scritto su una targa di marmo, in alto accanto al portone. Non avevo ancora nove anni, essendo nata il 5 settembre 1931.
Il papà era stato trasferito da Bressanone a Cagliari dopo aver superato a Firenze gli esami per essere promosso da Capitano a Maggiore.
I bombardamenti cominciarono quasi subito. Prima radi, poi sempre più frequenti.
Di giorno o di notte si sentiva in lontananza il sordo rombo delle fortezze volanti inglesi che si avvicinavano mentre la sirena che si trovava quasi sulla nostra testa, abitando all’ultimo piano, si apriva per poi squarciare l’aria con il suo urlo lacerante al quale già rispondevano i colpi della contraerea.
Essendo la Legione un obbiettivo militare, i miei genitori dovettero prendere una decisione: andare nell’interno dell’isola o il trasferimento per me con la mamma e Teresa, la nostra colf, che aveva appena dieci anni più di me, a Milano dai nonni materni.
Nell’interno, purtroppo, c’era ancora molta malaria e scarseggiava l’acqua. Fu scelto Milano.
La mamma era molto dispiaciuta di lasciare tutti i suoi bei mobili, in special modo il suo pianoforte che l’aveva seguita in tutti i trasferimenti e che le sarebbe servito a me per imparare a suonare. Il mio sogno che avrebbe dovuto realizzarsi proprio quell’anno, e già si parlava di trovarmi una brava insegnante.
Io di lasciare le mie due amichetti del cuore, i miei libri, i miei giocattoli e di non sentire alla sera il trombettiere suonare “il silenzio fuori ordinanza” le cui note piene, solenni, dolci e malinconiche mi facevano da ninna-nanna. Ma più di ogni altra cosa, mi dispiaceva lasciare papà.
Papà promise che per i mobili avrebbe trovato una sistemazione, l’importante era che partissimo, avevamo indugiato anche troppo.
Partimmo con uno degli ultimi aerei che trasportavano civili, con un esiguo bagaglio ed io con trentanove di febbre causa il mal di gola. Sulla torretta dell’aereo c’era una mitragliatrice.
Il distacco da papà fu doloroso. Io stetti con il viso incollato al finestrino a vedere papà salutare con il braccio alzato e diventare sempre più piccolo, fino a sparire.
Povero papà, chissà che cuore pieno di dolore dovevi avere!
Non era la pioggia a rigare il finestrino, erano le mie lacrime. Guardai la mamma, piangeva silenziosamente tenendosi di fazzoletto premuto sugli occhi.
Anche a Milano, da dove Teresa partì per il suo paese nella Val di Non, in poco tempo la situazione si fece critica. La mamma allora telefonò a suo fratello che abitava a Ferrara. “Vieni con la Bianca, il papà e la mamma qui da noi — egli disse — poi vedremo il da farsi. Per ora, più che i bombardamenti, fanno paura i fascisti”.
I nonni non vollero muoversi. Siamo vecchi, dicevano. Il nonno durante i bombardamenti non scendeva nemmeno in cantina. Stava seduto sulla sua poltrona preferita a fumare la pipa.
Lo zio aveva un bar con biliardo che faceva angolo con Via Bersaglieri del Po, vicino la Castello.
Il breve periodo trascorso a Ferrara mi piacque. Mi ingozzavo di paste fatte con la farina di castagne. Alla sera, quando venivano gli studenti, quasi tutti universitari, portavo loro la cassetta con le biglie, e a volte mi facevano segnare i punti. Uno di loro mi regalò un micetto bianco che chiamai Pucci. La zia mi fece conoscere Ferrara, è una bella città, e visitare il Museo Estense. L’unica nota dolorosa fu l’estrazione di un dente.
Purtroppo una notte Ferrara ebbe il suo battesimo del fuoco. Fu un bombardamento terribile. Nemmeno lì si era più sicuri. A questo punto lo zio ed un amico, che aveva famiglia, andarono sulla riviera adriatica ritenendola più sicura. Scartata Cervia che non piacque, si diressero a Cesenatico dove presero in affitto una villetta.
Finimmo letteralmente in bocca al lupo! Pippo, così battezzato dai cesenaticensi, era un aereo inglese che quasi tutte le notti veniva a farci visita.
Gettava dei bengala che illuminavano a giorno il paese, poi sganciava una o due bombe. Alcune andavano a vuoto, altre facevano morti e feriti. Un’intera famiglia fu completamente sterminata. Prima di andarsene mitragliava basso terra o sui tetti.
Ma il peggio cominciava a far vedere le sue terribili facce.
Nel frattempo i tedeschi avevano fatto saltare l’acquedotto. Fortunatamente ogni casa aveva il proprio pozzo, così l’acqua non mancò. Ma, mentre durante il giorno, ma non sempre, le razzie e i regolamenti di conti si facevano più di rado, di notte il terrore.
I tedeschi di notte entravano di prepotenza nelle case, ci addosso con mitra spianati. Se trovavano, sfogavano la loro ira fracassando i mobili col calcio del mitra. Piuttosto di niente, ci portavano via le zanzariere!
Cosa può provare una bambina nascosta dietro una porta, tremante nella sua camiciola, nel sentire la fredda canna del mitra premerle sul petto? E come dimenticare quel giorno quando i fascisti portarono via un nostro vicino? Le sue urla erano scosse da un tremito che gli impediva di allacciarsi le scarpe e sua moglie e i suoi bambini erano aggrappati a lui urlanti mentre lo trascinavano via.
Quella notte, oltre al padre di una mia amichetto, furono portate via altre persone e rinchiuse nella Rocca di Cesena, una cittadina che dista 14 km da Cesenatico.
Jack, il becchino del cimitero, sapendo che fra quei morti c’era anche suo figlio, prese un carretto e a piedi andò fino alla Rocca, caricò quei poveri corpi martoriati e, sempre a piedi, li riportò a Cesenatico per dar loro una pietosa sepoltura fra i pianti e le grida dei loro cari.
Un giorno papà scrisse che la Legione era stata completamente distrutta e una cosa che lo aveva commosso fino alle lacrime era stato vedere, su di un cumulo di macerie ancora fumanti, sventolare il siparietto rosso del mio teatrino.
Era riuscito a salvare solo l’ingresso sardo traslocandolo in una grotta naturale fuori Cagliari dove si era trasferito con il suo Attendente. Fortunatamente la Legione era stata evacuata da tempo e, sempre fortunatamente, i tedeschi se ne erano andati da un pezzo per timore di rimanere imbottigliati nell’isola.

La mamma pianse nel leggere la lettera di papà ed io, povera bambina, cercai invano di consolarla dicendole che pure io avevo perduto tutto, tutto il mio piccolo mondo e ancora oggi rimpiango i miei bellissimi libri e anche i miei giocattoli. Vorrei averli ancora nelle mie mani per giocarci un’altra volta. Era come se la mia infanzia fosse stata spezzata in due: una era stata distrutta dalla guerra, l’altra stava vivendo nella guerra stessa.
Ormai il fronte era vicino. Si udiva in lontananza il rumoreggiare continuo dei cannoni. Era come un brontolio di tuono che prometteva tempesta. Allora ci preparammo per andare a rifugiarci nello scantinato di una villa rossa di due piani con torretta in Piazza Comandini (ora al suo posto c’è un condominio).
Davanti alle finestrelle furono messe le panche di sasso delle due piazzetta.
Lo scantinato consisteva in una grande cucina con un lungo tavolo e delle sedie (non sufficienti per tutti, così si mangiava anche seduti sulle panche), una stufa economica, un capiente lavandino di graniglia, un sottoscala con due brande, una grande stanza puntellata con grosse travi.
Eravamo in venti: sedici adulti e quattro bambini. Io, i due figli della proprietaria della villetta che avevamo preso in affitto ed un altro bambino. Tutti più o meno della stessa età. Il numero delle brande permetteva a pochi privilegiati di dormire da soli. Per lo più si dormiva in due: il piede dell’uno sul cuscino dell’altro. Noi avevamo anche Pucci che, nel frattempo, si era fatto un bel micione.
Il gabinetto si trovava al primo piano. Si aspettava sino all’ultimo minuto, poi si andava, brevissima sosta, e giù di volata. Di notte era un continuo trascinare di vasi da notte che poi si andavano a vuotare al mattino.
Nel garage c’era una pecora, un’oca e un’asinella. Grazie a loro, povere bestie, al sacrificio delle loro vite, ci siamo nutriti per diversi giorni.
Le nostre provviste consistevano in un sacco di farina (serviva a fare la piadina al posto del pane), una forma di grana, alcune bottiglie d’olio, dei vasetti di marmellata, un po’ di zucchero e dello zucchero di livello sotto calce. Poi, un po’ di sapone, molte candele, bende, garze, cerotti e spirito. L’ospedale era come se non esistesse: vuoto e abbandonato.
I più coraggiosi facevano delle sortite nei negozi del paese, abbandonati e saccheggiati, in cerca di cibo e di qualche cosa di utile.
Ci portammo tutti un po’ di biancheria, qualche maglia e qualche abito un po’ pesante, dato che si era oramai in autunno. Non si sapeva quanto tempo saremmo dovuti rimanere lì né se saremmo usciti vivi.
L’Armata Inglese (c’erano anche canadesi, neozelandesi, afroamericani, indiani con e senza turbante… e per fortuna non i marocchini, richiamati indietro dal Comando Francese sollecitato da quello Inglese, per le violenze fatte alle donne), era accampata sulle rive del fiume Pisciatello, non aveva fretta, preferiva sprecare più munizioni che uomini.
I tedeschi tenevano duro e sembrava che la battaglia che infuriava non dovesse avere mai fine.
Da ventotto giorni eravamo rinchiusi in quel sotterraneo ed eravamo arrivati al limite della resistenza. Il pensiero della morte ormai non ci abbandonava più: era in ogni sibilo di mortaio, in ogni scoppio di bomba o granata: Pippo c’era sempre e faceva la sua parte e ad esso si aggiunse, un giorno, un bombardamento navale che fu terribile.
Ci sentivamo sporchi, infelici, stressati anche da una promiscuità a volte disgustosa. Persino noi ragazzini non giocavamo e non ridevamo più, pieni di paura come eravamo.
Quando finalmente i tedeschi, oramai stremati, fecero saltare i ponti e le passerelle e tagliarono i fili rossi e neri delle comunicazioni che serpeggiavano sulle strade, capimmo che se ne sarebbero andati. Qualche colpo ancora e poi, silenzio…
Un silenzio anomalo, pesante come una cappa di piombo.
Nessuno per timore di qualche brutta sorpresa mise il naso fuori. Stavamo lì, immobili, increduli di esser vivi, con un senso di smarrimento… Io ne approfittai, presi la mia corda e sgattaiolai senza essere vista su per la scaletta ed in giardino mi misi a saltare.
Che sensazione meravigliosa di libertà e di pace. Alcuni passerotti cantavano sui rami degli alberi mutilati dalle schegge, le cui foglie avevano ormai il colore dell’autunno, quando vidi avanzare un drappello di soldati, in testa avevano un elmetto piatto un po’ inclinato da una parte e coperto di fronde di albero, portavano una divisa che aveva gli stessi colori dell’autunno. Per un attimo rimasi inchiodata al suolo come per non farmi travolgere dall’ondata di terrore che mi invase gelandomi il cuore.
Avanzavano con circospezione tenendo il mitra puntato. No, non erano i tedeschi.
Gettai la corda a terra e corsi loro incontro tremando e rabbrividendo e con tutta la voce che potei trarre dal mio mal di gola contratta gridai “sono arrivati gli americani!”.
Scattai verso casa, aprii la porticina e urlai alle donne di salire: ci abbracciavamo, diverse persone che nemmeno sapevamo chi fossero. Buttavano le braccia al collo dei soldati, li baciavano, chiedevano sigarette e pane. I soldati sorridevano, oramai abituati a quelle effusioni.
Mi trovai vicina ad un soldato e, pensando a mio padre di cui non sapevamo nulla, d’impeto lo abbracciai alla vita e scoppi ai in un pianto liberatorio. Singhiozzavo senza ritegno, stretta ad un ragazzo che nemmeno conoscevo e che era venuto da tanto lontano per morire anche per me. Senti una mano accarezzarmi la testa e due forti braccia sollevarmi fino all’altezza del suo viso. Era così giovane, rideva mostrando i denti bianchi e forti e i suoi occhi erano azzurri come il cielo di quel meraviglioso giorno. “Ciao — disse — tutto ok ora”. Mi rimise a terra, mi diede un buffetto sul naso e se ne andò, ma prima di sparire alla mia vista si voltò, alzò un braccio come un dito della mano a V. Sorridea sempre ed io feci altrettanto e rimasi immobile così, finché non sentii la voce di mia madre. Mi ero completamente dimenticata di lei. Aveva sul un braccio i nostri due “stracci” e in mano una scodella con del grasso solidificato, tutto quello che avevamo potuto avere dalla divisione delle provviste rimaste.
“Cosa fai con quel braccio alzato?” Lo abbassai immediatamente, era il mio segreto.
“Si può sapere dove tu eri messa? Mi hai fatto prendere uno spavento! Vieni, andiamo a casa, anche se malconcia, grazie a Dio è ancora in piedi”.
Così ci incamminammo verso la villetta, che distava poco lontano, con Pucci che ci veniva dietro come un cagnolino, miagolando e con la coda dritta come in un segno di speranza.
Bianca Maria Chiesa