22 Settembre, 2026 Cesenatico

Addio a Matteo Lucio Zanetti, da Rovigno a Cesenatico: una vita di mare, coraggio e libertà

Si è spento ieri a Cesenatico, a 99 anni, Matteo Lucio Zanetti, per tutti Lucio, figura molto conosciuta e stimata della marineria cittadina. Con lui se ne va non soltanto un pescatore, ma un testimone autentico di un Novecento fatto di lavoro, guerra, confini che cambiano, fughe, diffidenze, fatiche e ricostruzioni. Una vita che sembra un romanzo, e che invece è stata realtà.

Zanetti era nato a Rovigno il 29 settembre 1926, in una famiglia numerosa e profondamente legata al mare. Il padre faceva due mestieri: pescatore e navigatore, ed era considerato uno dei migliori timonieri della Società Adriatica di Trieste. Lucio crebbe tra gli scogli di Valdibora, tra giochi di contrada, reti, barche e l’odore del porto. A dodici anni lasciò la scuola e si imbarcò come mozzo sul battello dello zio; a quattordici era già motorista su una barca più grande. Il mare, per lui, non era soltanto un mestiere: era il suo orizzonte naturale, la lingua della vita.

A Rovigno imparò tutto: la pesca con la lampara, le reti, i motori, la fatica e il senso della comunità marinara. Ma la sua giovinezza fu travolta dalla guerra e dal dopoguerra. Pur avendo combattuto anche da partigiano, dopo il conflitto si ritrovò in una terra che non sentiva più sua. Rovigno era la sua città, la sua casa, il suo mare; eppure il nuovo regime jugoslavo gli appariva estraneo. Lui e la moglie avevano fatto domanda per trasferirsi in Italia, ma la condizione era durissima: partire con una sola valigia, lasciando tutto il resto. Per un pescatore significava soprattutto abbandonare la barca, l’unico vero bene, l’unico strumento di lavoro. E così maturò una decisione diversa: fuggire via mare.

Nel luglio del 1948 partì con la sua piccola imbarcazione, l’“Ostro”, con l’idea di raggiungere Chioggia, dove aveva dei parenti. Ma l’Adriatico decise altrimenti. In mezzo alle onde lo sorprese una bora fortissima, il mare si alzò, la barca troppo piccola non poteva tornare indietro e per ore rimase in balìa dei cavalloni. A salvarlo furono la sua esperienza e il sangue freddo: raccolse alcune reti, vi mise un peso e le calò a poppa come un freno, una specie di paracadute in acqua che aiutò l’imbarcazione a reggere la furia del mare. Più tardi avrebbe raccontato di avere avuto paura, davvero, di non farcela.

Quando il vento cominciò a calmarsi e all’orizzonte comparvero due alberi, capì che c’era una barca. Era il “Pier Venazio”, allora il più grande peschereccio di Cesenatico. A bordo c’era chi lo riconobbe subito come rovignese. Il comandante, Augusto Polini, fu l’uomo che gli cambiò la vita. Lucio chiese un po’ di benzina, ma i motori del peschereccio andavano a gasolio. Allora Polini gli propose di restare con loro, prendendolo a rimorchio fino al rientro in porto. In quelle ore di navigazione, mentre il peschereccio lavorava, lui non rimase con le mani in mano: si mise ad aiutare l’equipaggio, riparando le reti. Bastò quello per far capire a tutti chi fosse.

L’arrivo a Cesenatico non fu semplice. Ci furono i controlli, la questura, perfino alcuni giorni di carcere per verificare la sua storia. Erano anni difficili, segnati dalla politica e dai sospetti; chi arrivava dalla Jugoslavia veniva spesso guardato con diffidenza, a volte marchiato sbrigativamente come fascista. Anche lui, in un primo momento, dovette fare i conti con pregiudizi e ostilità. Ma la verità della sua vita, il suo modo di lavorare, la sua serietà e la sua dignità finirono per parlare più forte di tutto.

Quando uscì, alla locanda Papperini, incontrò di nuovo Augusto Polini. Fu lui a dirgli: “Vieni con me”. Gli offrì lavoro sul “Pier Venazio” e anche un alloggio, pensando al giorno in cui sarebbe arrivata la moglie con la bambina appena nata. Così Lucio cominciò una nuova vita a Cesenatico. Si imbarcò, riprese a pescare, imparò anche la pesca a strascico, diversa da quella praticata a Rovigno, e si fece apprezzare subito. Piano piano trovò il suo posto nella marineria locale e nella comunità cittadina, fino a diventarne uno dei volti più noti.

Qualche mese dopo riuscì a raggiungere a Trieste la moglie Giovanna, rimasta a Rovigno in attesa della loro prima figlia. Fu un altro viaggio decisivo, questa volta verso una famiglia finalmente riunita. Da allora Cesenatico divenne la sua casa per sempre.

Negli anni Matteo Lucio Zanetti ha continuato a raccontare la sua storia con misura e limpidezza, senza enfasi, ma con la forza di chi ha vissuto davvero. Era il racconto di un uomo del mare, di un esule, di un lavoratore, di una persona che aveva attraversato il dolore senza perdere umanità. Anche negli ultimi tempi, segnati dalla vecchiaia e dalla cecità, il ricordo di lui restava quello di “una grande persona”, come l’ha ricordata anche ieri sera, con un pizzico di commozione, il direttore del Museo della Marineria Davide Gnola. 

Con la sua scomparsa, Cesenatico perde un uomo molto amato, ma soprattutto una memoria vivente: quella di un Adriatico che ha diviso e poi riunito, di comunità di pescatori capaci di riconoscersi al di là dei confini, e di una libertà cercata con ostinazione, fino a sfidare il mare aperto.

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