Quella sera del 13 giugno 2014, a Cesenatico, Nicola Pietrangeli arrivò con il passo tranquillo di chi ha già dato tutto allo sport ma non ha smesso di divertirsi a raccontarlo. Tra una battuta e un aneddoto, riassunse la sua filosofia con una frase che fece ridere e riflettere tutti: “Avrei potuto allenarmi molto di più, ma mi sarei divertito molto di meno”. In quella battuta c’era tutto Pietrangeli: il fuoriclasse, l’uomo di mondo, l’ironico signore della racchetta.
A Cesenatico, quella conviviale del Panathlon resta oggi un ricordo vivo: il campione che si ferma a parlare con tutti, che si presta alle foto, che incanta i più giovani raccontando di Parigi, di Roma, della Coppa Davis come se fossero partite giocate il giorno prima. Una serata semplice, romagnola, che per una notte mise la capitale del turismo a contatto diretto con la storia del tennis mondiale.
Nicola Pietrangeli se n’è andato oggi, a 92 anni, a Roma, la città che è diventata la sua casa dopo l’infanzia a Tunisi, dove era nato l’11 settembre 1933. Considerato uno dei più grandi tennisti italiani di sempre, è stato indicato tra i migliori dieci al mondo a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, fino al n.3 del ranking mondiale dell’epoca.
È stato il primo azzurro a vincere uno Slam: il trionfo al Roland Garros nel 1959, bissato l’anno successivo sempre sui campi in terra rossa di Parigi. A questi successi vanno aggiunti tre titoli al torneo di Monte Carlo, due agli Internazionali d’Italia al Foro Italico – dove oggi uno stadio porta il suo nome – e un totale di 67 titoli in carriera tra singolare, doppio e misto.
Ma il suo nome è legato soprattutto alla Coppa Davis: Pietrangeli è ancora il primatista mondiale per incontri giocati (164) e vittorie complessive (120), tra singolare e doppio. In campo ha trascinato l’Italia a due finali (1960 e 1961), poi da capitano non giocatore ha guidato gli azzurri alla storica vittoria del 1976 in Cile, in un contesto che andava ben oltre lo sport.
La sua figura ha attraversato epoche e generazioni: protagonista negli anni della Dolce Vita, idolo del tennis “in bianco”, poi osservatore attento e spesso pungente del movimento moderno, sempre pronto a dire la sua sui campioni di oggi senza mai perdere l’autoironia.
Per Cesenatico e per il Panathlon quell’incontro del 2014 resta un piccolo privilegio: aver avuto, per una sera, il tempo di ascoltare da vicino un uomo che non è stato solo un grande atleta, ma un pezzo di storia dello sport italiano.
Oggi la città lo saluta ricordando quella frase, pronunciata con un sorriso romagnolo quanto lui: poteva allenarsi di più, certo; ma così, forse, si è divertito esattamente quanto voleva. E anche Cesenatico, quella sera, si è divertita con lui.