Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare la legge dell’Emilia-Romagna sugli affitti brevi, approvata dalla Regione il 17 dicembre. La questione finisce alla Corte costituzionale e riaccende il confronto sulle competenze tra Stato e autonomie locali in un settore cresciuto rapidamente nelle città. A dicembre, la Consulta aveva già respinto un ricorso analogo del Governo contro la legge regionale della Toscana.
La norma usa la leva urbanistica: nasce la destinazione d’uso “locazione breve”, a cui dovrebbero ricondursi gli immobili destinati agli affitti turistici, con l’obiettivo di distinguere più nettamente mercato turistico e residenziale, lasciando comunque la possibilità di tornare all’uso ordinario.
I Comuni avrebbero un ruolo centrale. Potrebbero intervenire con propri strumenti urbanistici e regolamenti, fissare limiti o quote nelle zone “sensibili” e vietare frazionamenti o trasformazioni edilizie finalizzate ad aumentare l’offerta turistica. Sono previsti standard su sicurezza, igiene, efficienza energetica e conformità degli impianti, con la facoltà di introdurre ulteriori criteri di qualità.
Sul piano politico, il presidente regionale Michele de Pascale parla di “scarsa cultura istituzionale e costituzionale” del Governo e denuncia un uso “politico” dell’impugnativa. Il capogruppo FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, ribatte che si tratta di una prerogativa ordinaria per garantire un quadro giuridico certo. Per il Pd, l’impugnazione è l’ennesimo segnale di una politica nazionale sulla casa giudicata “disastrosa”.