C’è un furto che non fa rumore, non finisce nelle statistiche più solenni e non richiede grandi abilità criminali. Basta una mano veloce, uno sguardo attorno e una certa disinvoltura morale. È il “furto da cabina”, grande classico dell’estate, tornato a farsi notare sulle pagine social di Cesenatico e nei gruppi Facebook cittadini.
L’ultimo caso riguarda una tavola da surf per bambini, colorata in stile Mondrian, sparita da uno stabilimento di Valverde. Ma è solo uno dei tanti episodi segnalati negli ultimi tempi. Perché chi ha l’ombrellone fisso lo sa bene: non si può ogni giorno caricare in macchina canotto, salvagente, secchiello, paletta, braccioli, palloni e materassini. Così si lascia tutto negli spazi messi a disposizione dai bagni: cabine chiuse, gabbie, ripostigli, depositi più o meno protetti.
Ed è lì che entra in scena il ladro delle cabine. Una figura quasi antropologica. Non sempre il maranza col cappellino storto, non sempre il professionista del colpo. Spesso, molto più banalmente, il ladro “di famiglia”: quello che vede un salvagente, fa due conti mentali sul prezzo al bazar, e decide che in fondo “per una volta” si può anche prendere quello degli altri.
Il bottino è quasi sempre modesto: braccioli, palette, palloni, giochi da spiaggia, materassini, canottini. Oggetti da pochi euro, ma che per chi li subisce diventano fastidio, rabbia e soprattutto una domanda: davvero vale la pena rubare un secchiello?
A volte il furto è più pesante, come nel caso delle tavole da surf o dei canotti più grandi. Oggetti che poi, naturalmente, non verranno mai usati nello stesso stabilimento: meglio portarli altrove, magari in un’altra spiaggia o ad Atlantica, lontano da occhi indiscreti.
Il paradosso è proprio questo: non siamo davanti al grande crimine, ma a una piccola miseria quotidiana. Quella di chi rovina la vacanza altrui per risparmiare qualche decina di euro. E così, tra un appello su Facebook e una cabina svuotata, torna l’estate dei ladri in costume.