7 Novembre, 2026 Cesenatico

Al funerale del vigile Oberdan nessun saluto “in divisa”: l’amarezza della figlia

C’è un dolore che resta privato, composto, e poi c’è quello che, senza cercare clamore, diventa domanda rivolta a un’intera comunità. È il sentimento che accompagna le parole di Edi Araldi, figlia di Oberdan Araldi, scomparso il 6 gennaio all’età di 101 anni: per decenni volto familiare del porto canale e del mercato del pesce di Cesenatico, dove era considerato “il vigile del mercato”, presenza costante tra casse, banchine e regole da far rispettare con fermezza e buon senso.

Oberdan Araldi non era solo “un incaricato”: per molti operatori era un punto di riferimento, un uomo “di casa” capace di tenere insieme ordine e umanità. Un modo di esserci quotidiano che, nel tempo, è diventato identità del luogo. 

Proprio per questo, al momento dell’ultimo saluto, la famiglia si aspettava un segno simbolico da parte del corpo che Araldi aveva servito con passione e senso di appartenenza.

“Io sono la figlia di Oberdan, era un vostro collega”, scrive Edi in un post sui social, affidando a poche righe un’amarezza difficile da trattenere. Il punto, per lei, non è la cerimonia in sé, ma quel gesto che non è arrivato: “Pensavo di vedere al suo funerale ci fosse stato un vigile. Invece nessuno di voi”. Un’assenza percepita come un vuoto, quasi una dimenticanza, che pesa ancora di più perché arriva nel momento in cui i ricordi chiedono rispetto e vicinanza.

Non è una polemica gridata, ma una richiesta di sensibilità: un saluto ufficiale, una piccola delegazione, anche solo una presenza discreta in divisa. Un gesto che avrebbe raccontato, senza bisogno di parole, gratitudine e continuità. Perché in certe storie – quelle fatte di servizio quotidiano e dedizione silenziosa – il riconoscimento non è formalità: è memoria condivisa. E la memoria, per restare viva, ha bisogno anche di segni.

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