Una 40enne forlivese, operaia carrellista, ottiene il congedo straordinario (Legge 104) per assistere la madre, affetta da demenza senile. Poi l’azienda decide di vederci chiaro e affida il “caso” a un’agenzia investigativa.
Ne esce un dettaglio ritenuto fatale: in tre occasioni la lavoratrice si reca per alcune ore in uno stabilimento balneare, sulla spiaggia di Cesenatico, per incontrare il compagno. Per il datore di lavoro il congedo sarebbe stato usato per scopi personali. Così il 13 ottobre 2023 scatta il licenziamento per giusta causa, come se lei avesse trasformato la 104 in un abbonamento al mare.
La donna impugna il provvedimento davanti al Tribunale di Forlì. E qui la trama si ribalta, anche perché a “tradire” la tesi aziendale sono le stesse carte degli investigatori: nei report si descrive una routine di assistenza continua: medici, spesa, farmacia, cura quotidiana della madre. A rafforzare il quadro arrivano le testimonianze di fratelli e vicini, che parlano di dedizione costante e turni in famiglia.
Il punto decisivo è semplice: l’assistenza non equivale a una reclusione. La giudice Agnese Cicchetti chiarisce che quelle ore a Cesenatico erano un momento di respiro per recuperare energie, mentre la madre restava in sicurezza con il fratello. Anzi: il benessere del caregiver, scrive la sentenza, serve a garantire un’assistenza migliore.
Esito: reintegro e risarcimento di 31mila euro per le mensilità perdute, più spese legali. Morale: la 104 non è un lasciapassare per le vacanze, ma nemmeno un ergastolo. Neppure sulla spiaggia di Cesenatico.