Sono 35 i bambini attualmente in cura in Emilia-Romagna per conseguenze legate all’esposizione all’alcol durante la gravidanza. Un numero contenuto solo in apparenza, perché il dato ufficiale rischia di fotografare soltanto una parte del fenomeno.
Attorno ai disturbi dello spettro feto-alcolico, infatti, resta un’ampia zona grigia fatta di diagnosi mancate, segnali sottovalutati e casi che emergono solo più avanti, con l’ingresso a scuola o con le prime difficoltà cognitive e comportamentali.
Il tema è arrivato in Assemblea legislativa regionale con una risoluzione presentata da Fratelli d’Italia, primo firmatario il consigliere Nicola Marcello, che chiede alla Giunta di intensificare le campagne di sensibilizzazione e di rafforzare gli strumenti di monitoraggio. Il punto di partenza è un dato che impone attenzione: secondo le stime richiamate nel documento, in Italia sarebbero circa 2.500 all’anno i nuovi casi riconducibili all’esposizione prenatale all’alcol.
Si tratta di una condizione completamente prevenibile, ma solo a fronte di un messaggio netto e senza ambiguità: in gravidanza, e già quando la si sta cercando, l’alcol va evitato del tutto. È su questo che si concentra la richiesta di una comunicazione più capillare, rivolta non solo alle donne, ma anche alle coppie e all’intera comunità. Un ruolo decisivo, in questa strategia, è affidato al personale sanitario: ginecologi, ostetriche, pediatri, neonatologi e medici di base devono poter fornire indicazioni chiare fin dalla fase preconcezionale.
Accanto alla prevenzione, resta centrale la diagnosi precoce. Intercettare in tempo i bambini esposti all’alcol in utero significa attivare percorsi multidisciplinari in grado di limitare gli effetti a lungo termine e favorire inclusione scolastica e sociale. Per questo la richiesta alla Regione è duplice: informare di più e conoscere meglio, con dati aggiornati e strumenti mirati, un fenomeno che oggi resta in parte nascosto.