22 Settembre, 2026 Cesenatico

Anziani morti dopo i trasferimenti: siamo sicuri che questo ragazzo è un feroce “serial killer”? 

C’è una parola che scatta troppo in fretta quando la cronaca incontra la paura: serial killer. Eppure, davanti alla vicenda del paramedico romagnolo accusato di avere provocato la morte di cinque anziani durante (o dopo) trasferimenti in ambulanza, la domanda dovrebbe essere un’altra: siamo davvero sicuri di ciò che stiamo raccontando?

Luca Spada, 27 anni, un figlio piccolo, la Croce Rossa addosso da quando era adolescente, non è l’immagine che l’opinione pubblica associa al “killing spree” in corsia. Ma non è questo il punto: l’aspetto, la biografia, la faccia pulita non assolvono nessuno. Servono però a ricordare che il salto da “sospetto” a “colpevole” non può essere un riflesso automatico, soprattutto quando l’accusa è l’ipotesi più estrema: un’iniezione letale.

Il quadro, almeno per come emerge finora, è complesso: si parla di trasporti secondari, pazienti fragili, complicanze improvvise, rientri in ospedale. Il giovane sostiene di aver sempre attivato i protocolli, chiamando la centrale e chiedendo l’automedica. Aggiunge un dettaglio che merita attenzione: in due casi la morte sarebbe arrivata giorni dopo, non durante il viaggio. Anche questo non chiude nulla, ma rende meno lineare la narrazione “muoiono in ambulanza quindi qualcuno li ha uccisi”.

E poi c’è un rischio, già visto: quello del processo mediatico che corre più veloce delle carte. In Romagna lo ricordano bene con il caso dell’“infermiera di Lugo”, finito per anni sulle prime pagine anche per foto e comportamenti giudicati ripugnanti (i selfie coi cadaveri), prima di una lunga vicenda giudiziaria culminata in assoluzione “perchè il fatto non sussiste”. Morale: indizi rumorosi non sono sempre prove e, a volte, ciò che “sembra” non coincide con ciò che si dimostra.

Qui la cautela deve essere doppia, perché si sta parlando di un soccorritore: una figura che lavora dove la vita è appesa a un filo e dove, purtroppo, il confine tra “peggioramento inevitabile” e “responsabilità” può essere sottilissimo. Se c’è stato dolo, lo diranno perizie, tracciati, farmaci, tempi, testimonianze. Ma se non c’è, l’etichetta di “serial killer” non la cancelli più.

In casi così, l’unica posizione seria è questa: ascoltare il dolore delle famiglie, pretendere verità dagli inquirenti e tenere i titoli un passo indietro rispetto alle prove. Perché la prudenza non difende un imputato: difende tutti noi, dal bisogno di trovare un colpevole prima ancora di aver trovato la verità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Immagine di Redazione

Redazione

La nostra redazione è composta da appassionati di Cesenatico e della sua comunità, che con dedizione e passione si impegnano a raccontare storie, eventi e novità che animano la nostra realtà locale.