Le tre decisioni consecutive del giudice di pace di Forlì che hanno dato torto al Comune di Cesenatico non sono solo un inciampo giudiziario. Segnalano un problema più profondo
Tre sentenze sfavorevoli in tre giorni non bastano, da sole, a fare giurisprudenza nel senso pieno del termine. Ma bastano eccome a fotografare una tendenza. E la tendenza, oggi, dice che davanti al giudice di pace di Forlì il Comune di Cesenatico sta incontrando crescenti difficoltà a difendere le multe elevate dall’autovelox sull’Adriatica.
Non solo: in almeno due casi, oltre all’annullamento dei verbali, l’ente è stato condannato anche al rimborso delle spese legali. È qui che la vicenda smette di essere un tecnicismo per addetti ai lavori e diventa un fatto politico, amministrativo e perfino contabile.
Perché il punto non è soltanto la singola multa cancellata. Il punto è l’effetto domino. Se l’orientamento del giudice di pace dovesse consolidarsi, il messaggio che arriverebbe ai cittadini sarebbe semplice: quei verbali sono contestabili e, con un ricorso neppure particolarmente complesso, possono essere invalidati.
Fino a ieri molti rinunciavano, scoraggiati dai costi, dai tempi o dall’incertezza dell’esito. Oggi, invece, la prospettiva cambia. E quando cambia la percezione delle possibilità di vittoria, cambia anche il numero dei ricorsi.
Il problema, però, non nasce in municipio. La questione vera sta a monte e riguarda l’ambiguità, mai del tutto chiarita, tra approvazione e omologazione degli apparecchi. È un nodo normativo che si trascina da tempo e che un ente locale non può risolvere da solo. Non lo può chiarire con una delibera, non lo può sanare con una scelta amministrativa, non lo può chiudere con un comunicato. Serve una legge dello Stato, o comunque un quadro nazionale limpido e definitivo. E invece quella chiarezza continua a mancare.
Nel frattempo il cerino resta acceso in mano ai Comuni. E nel caso di Cesenatico il tema è ancora più delicato, perché l’autovelox non rappresenta una voce marginale. È una componente importante su cui si regge il bilancio dell’ente. Per questo la questione non è soltanto formale, né soltanto giudiziaria: riguarda la sostenibilità economica del Comune, la solidità delle sue entrate e, in ultima analisi, la capacità di programmare spesa e servizi. Se una quota significativa di quei proventi diventa improvvisamente incerta, il problema non resta confinato nelle aule di tribunale: entra nei numeri del bilancio.
Ecco allora il paradosso. Da un lato c’è uno strumento che il Comune continuerà con ogni probabilità a difendere, perché troppo rilevante per rinunciarvi dopo tre battute d’arresto. Dall’altro c’è un contesto in cui ogni nuovo verbale rischia di essere non un’entrata, ma l’inizio di una causa. È una spirale pericolosa: meno certezza giuridica, più contenzioso; più contenzioso, meno certezza finanziaria.
La verità è che questa vicenda ha ormai superato i confini di Cesenatico. Qui si misura un problema nazionale lasciato irrisolto troppo a lungo. E quando lo Stato non decide, a pagare sono tutti: i cittadini, costretti a far valere davanti a un giudice ciò che dovrebbe essere chiaro per legge; e i Comuni, lasciati soli a reggere un sistema che si incrina proprio mentre continua a produrre verbali.