La scena madre è rimasta nei telefoni dei residenti: ore 2.30 del 17 luglio, porto canale di Cesenatico. Un’Audi scura, risultata rubata, aggancia la saracinesca della gioielleria di via Garibaldi e la strappa come carta stagnola.
In pochi secondi i malviventi — almeno tre, incappucciati — spaccano la porta a vetri con un mattone di marmo, piombano dentro, arraffano quanto più possibile. Un ragazzo in bicicletta tenta di capire cosa stia accadendo: uno dei banditi lo respinge puntandogli il coltello e sibilando “Vai via o ti ammazzo”. L’allarme suona, ma il gruppo ha già finito: risale in auto e si dilegua verso via Baldini.
Da quella notte la banda non sembra essersi fermata. Nel Riminese gli episodi si susseguono con lo stesso copione: saracinesche tagliate o tirate giù a forza, vetri stratificati martellati fino a cedere, telecamere accecate, fughe cronometrate. In una sola notte due gioiellerie tra Cattolica e Rimini sono finite nel mirino a distanza di poche ore, con accessi studiati al millimetro e identico armamentario. Cambiano le insegne, non cambiano i tempi: incursioni tra le 2 e le 4, pochi minuti per colpire, nessuno per esitare.
Gli investigatori passano al setaccio i filmati e le tracce lasciate dagli attrezzi: ganci, flessibili, mazze. L’operatività indica ruoli definiti e una conoscenza precisa dei punti deboli. Intanto i negozianti serrano le fila: c’è chi blinda le guide delle saracinesche, chi svuota le vetrine di notte, chi installa generatori di nebbia e doppie casseforti. “La paura è che tornino”, sussurrano in molti, mentre il rumore del metallo piegato continua a rimbombare nei racconti di chi è stato svegliato dal trambusto.
Non c’è ancora una firma giudiziaria che colleghi tutti i colpi, ma i dettagli combaciano abbastanza da alimentare un sospetto solido: la banda della rapina sul porto è ancora in azione. Finché non verrà fermata, ogni notte la costa e l’entroterra parleranno la stessa lingua: quella, sinistra e metallica, delle spaccate.