In questi ultimi giorni, sull’annosa questione dell’IMU sulle piattaforme in mare, hanno parlato in tanti: amministratori, opposizioni, ex consiglieri. Ma, a scorrere gli atti, c’è una figura che – mattone su mattone – ha materialmente costruito il percorso che ha portato milioni sonanti nelle casse del Comune di Cesenatico. È Fabio Bandieri, oggi capogruppo in Consiglio della Lista Civica Buda. Con lui ripercorriamo retroscena, passaggi formali e diatribe politiche di una delle pagine più controverse e discusse della nostra storia politica.
Bandieri, ha ascoltato in questi giorni il dibattito sull’Imu sulle piattaforme?
Ovviamente e, come sempre, ho ascoltato bugie colossali e verità sacrosante. Di certo la vicenda è stata spesso raccontata a pezzi. Oggi Cesenatico beneficia di un’entrata stabile, ma tutto il lavoro vero è stato fatto a monte, costruendo presupposti giuridici, facendoli reggere nei pareri e poi inserendoli in bilancio. È così che si decide se un’idea resta teoria o diventa entrata per la città.
Partiamo dalle accuse del Pd: mettere a bilancio un’entrata incerta, “arrivata solo dopo 9 anni” – sostengono sia Drudi che Gozzoli – fu un atto di incoscienza e di irresponsabilità…
E questa è la prima bugia. Quando noi inoltrammo formalmente la prima richiesta – anche su indicazione degli uffici tecnici e legali – cominciammo, ovviamente, dagli anni più arretrati (2010-2011). E quelle richieste erano incardinate per disinnescare, già da subito, quelle che potevano essere le prevedibili obiezioni di Eni, ovvero il fattore della territorialità e l’esatto valore di costruzione per calcolare l’imponibile. E infatti, già a novembre 2016, arrivarono nelle casse comunali quelle prime due annualità per un totale di 2 milioni e 560mila euro. Per questa prima richiesta, e il dettaglio non mi sembra marginale, Eni non fece alcun ricorso, segno che la nostra richiesta era formulata in maniera impeccabile. Quindi, quella dei nove anni è la solita favoletta creata per screditare il valore del nostro lavoro. La verità, scritta negli atti e non nella propaganda politica, è che due delle prime cinque annualità Eni ce le pagò subito. E infatti, appena Gozzoli si insediò a Palazzo, incassò quelle risorse pronte da spendere. Fu poi la sua amministrazione a inoltrare la richiesta degli altri tre anni e, a quel punto – e questa è storia – Eni rispose con i ricorsi che hanno poi prorogato i tempi, arrivando a questi fantomatici nove anni. Alla luce di tutto questo, la nostra scelta di mettere a bilancio quella voce, con il senno di poi, non fu solo opportuna ma doverosa. Non siamo noi che ci arroghiamo dei meriti, è la cruda cronistoria dei fatti che, alla fine, ci ha dato ragione”.
Quando e in che modo maturò l’intuizione di chiedere IMU/ICI sulle piattaforme offshore?
Nacque da un incontro casuale a Firenze durante un convegno all’Anci sulla Bolkestein. Una chiacchierata con un avvocato che da anni studiava la fiscalità delle piattaforme mi aprì la strada, spiegandomi quali atti servivano e quali errori avremmo dovuto evitare. Da lì mettemmo a terra un metodo e un percorso.
Sempre restando agli atti, la prima obiezione che Eni sollevò fu: “Chi vi dice che le nostre piattaforme sono sul vostro territorio comunale?”
Vero, ma la risolvemmo subito andando alla fonte della legittimità. Con l’allora comandante Sardella della Capitaneria di Porto chiedemmo una relazione formale che individuava le piattaforme come riferite al nostro litorale. Senza quell’atto si sarebbe partiti ma non si sarebbe arrivati da nessuna parte.
Il secondo tassello fu la base imponibile. Come l’avete trovata?
Negli archivi della Capitaneria di Rimini: negli atti depositati da Eni in fase di costruzione era indicato l’esatto valore di costruzione di ciascuna piattaforma. Quello fu l’oro contabile: ci consentì infatti di calcolare l’imposta in modo fondato.
Chi lavorò con lei dentro al Comune?
Al di là dei colleghi politici, citerei due persone: Spadarelli, allora dirigente del settore finanza e ragioniere capo del Comune e il capo ufficio tributi Anna Agostini. Spadarelli, andando in pensione, disse che questo percorso era stata la soddisfazione più grande della sua carriera. Non è un dettaglio.
C’era anche una cornice giurisprudenziale favorevole?
Sì: una sentenza di Cassazione in casi analoghi affermava l’obbligo di pagamento. Non bastava da sola, ma, insieme a perimetrazione e valore, faceva massa critica.
E arriviamo così al fantomatico bilancio 2016…
Nonostante molti pareri contrari nella nostra stessa coalizione, decidemmo con piena consapevolezza di iscrivere l’entrata da ICI/IMU piattaforme, ma svalutandola prudenzialmente di oltre il 50%. Avevamo i pareri dei revisori e la relazione tecnica dell’Ufficio tributi. Una parte della maggioranza non lo votò: scetticismo e timori che, oggi con il senno di poi, si sono rivelati del tutto infondati.
Chi vi accusò disse: “Atto incosciente”…
E io oggi invece dico: atto doveroso. Se hai documenti ufficiali, pareri e giurisprudenza, non puoi girarti dall’altra parte. È lo stesso principio per cui in ogni bilancio comunale compaiono crediti incerti che pure sostengono previsioni. Come l’ultimo bilancio presentato dal Comune di Cesenatico ad esempio…
A cosa allude?
Alle multe dell’autovelox che, nell’ultimo bilancio presentato dalla giunta Gozzoli, vale all’incirca 4 milioni di euro. Bene – poiché sulla questione pendono migliaia di ricorsi, incertezze legali e contenziosi normativi – ragionando come fece il Pd nel 2016, se fra qualche mese dovesse arrivare una legge dello Stato che li definisce illegittimi, in che modo il Comune di Cesenatico riuscirebbe a far approvare il suo bilancio? In questo caso, ci chiediamo, dov’è finita la prudenza responsabile del Pd? Tra ricorsi vinti e tanti enti pubblici chiamati in tutta Italia a risarcire i cittadini multati – chiedo all’amico Mario Drudi – non vi pare un azzardo tenere in piedi un bilancio con un’entrata sub iudice?
I numeri hanno dato ragione alla vostra scelta?
Sì e, voglio ripeterlo, non certo dopo nove anni. Gia a fine 2016, come ho già detto, sono entrate le prime due annualità. L’amministrazione successiva li ha congelati in attesa dei contenziosi: scelta prudente, legittima. Ma intanto la linea aveva retto e quei soldi erano in cassa.
Quanto ha pesato l’iscrizione a bilancio nella partita legale?
Moltissimo. Metterla a bilancio ci ha dato la forza amministrativa per emettere gli atti, difenderli in Commissione e in tribunale. Senza, sarebbe rimasto un dossier nel cassetto.
Oggi cosa resta di quella battaglia?
La dimostrazione che un Comune, se studia e si documenta, può far valere i propri diritti anche con colossi nazionali. E resta un metodo: prove, pareri, prudenza e coraggio. Senza questi requisiti non saremmo mai riusciti a trasformare quell’intuizione in fatti.
A chi oggi prova a intestarsi il merito finale cosa risponde?
Che i meriti si leggono negli atti: la relazione della Capitaneria, i valori Eni trovati negli archivi, i pareri dei revisori, le determine dell’Ufficio tributi, l’iscrizione in previsione e l’incasso effettivo. Sono tutti atti raccolti dalla nostra amministrazione. La Giunta Gozzoli ha solo dovuto gestire i ricorsi, ma il lavoro a monte – e questa e’ storia – l’abbiamo fatto tutto noi.
Se dovesse riassumere in tre verbi la vicenda?
Cercare (gli atti giusti), certificare (la legittimità) e sostenere (in bilancio e in giudizio). È così che quelle piattaforme sono diventate risorse preziose per Cesenatico.