Ci sono professioniste che progettano eventi e poi ci sono donne capaci di costruire atmosfere, evocare emozioni e trasformare un’idea in un ricordo vivido. Beatrice Bonetti appartiene a questa seconda categoria.
Ospite di PodcArt, il podcast organizzato ogni mese da Art Mbt di Cesenatico, ha raccontato il suo approccio a un mestiere in cui convivono creatività, cultura dell’immagine, senso della misura e una spiccata capacità di ascolto.
Dai matrimoni agli eventi aziendali, fino agli allestimenti più intimi e su misura, il suo lavoro va ben oltre la semplice decorazione: ogni progetto nasce per interpretare una storia, restituire un’identità e lasciare una sensazione precisa. Perché oggi il vero lusso non è l’eccesso, ma sentirsi rappresentati in modo unico, armonioso e profondamente autentico.
Beatrice, quando inizi a progettare un evento, parti da un’immagine, da un’emozione o da una storia?
«Si parte sempre dall’incontro con gli sposi o con il cliente. Molto spesso arrivano da me con percezioni, desideri, intuizioni, ma senza una visione definita. Per questo il primo passaggio è costruire un immaginario: una ricerca di immagini che aiuti a dare forma a ciò che ancora non riescono a visualizzare. È un momento fondamentale, perché permette di trasformare qualcosa di astratto in una direzione precisa, concreta e riconoscibile.»
Quanto conta, nel tuo lavoro, cogliere la sensibilità più profonda di chi hai davanti?
«Conta moltissimo. Più che capire quali fiori desiderino o quale allestimento immaginino, cerco di comprendere che sensazione vogliono trasmettere. Nel caso di un matrimonio, per esempio, è decisivo intuire l’emozione della sposa, la sua natura, la sua energia. È da lì che nasce la cifra dell’evento, più ancora che da un dettaglio decorativo.»
Oggi si parla molto di personalizzazione. Che cosa significa davvero, per te, creare un evento su misura?
«Significa far sentire gli sposi, o il cliente, pienamente dentro ciò che si è costruito per loro. In un settore dove ci sono tanti professionisti, la differenza vera non la fa soltanto il gusto estetico, ma la capacità di realizzare qualcosa che sembri pensato esclusivamente per quella persona. Anche se esistono tendenze, palette o suggestioni ricorrenti, il risultato finale deve sempre conservare un’identità irripetibile.»
Meglio una location già molto caratterizzata o uno spazio più neutro da plasmare?
«Personalmente amo gli spazi più essenziali, quelli che lasciano libertà progettuale. Una location più spoglia ti consente di intervenire con maggiore coerenza e di costruire davvero un’atmosfera. Anche nelle chiese, quando si parla di cerimonie religiose, trovo spesso più affascinanti quelle piccole: hanno un’intimità speciale e si prestano a un allestimento più misurato e prezioso.»
Che cosa distingue un evento bello da uno davvero indimenticabile?
«La capacità di suscitare un’emozione. La bellezza da sola non basta, se non lascia una traccia. Per questo durante i colloqui faccio spesso una domanda molto semplice: che cosa vuoi che provino i tuoi ospiti quando entreranno in sala? L’effetto wow, per me, non è soltanto stupore visivo; è quel momento in cui l’estetica incontra il sentimento e genera memoria.»
Qual è la condizione ideale per esprimere al meglio la tua creatività?
«Quando il cliente si affida. Avere linee guida è giusto, ma il momento più interessante arriva quando mi viene data fiducia vera, quella che lascia spazio all’interpretazione. È lì che posso far emergere qualcosa che magari il cliente non aveva ancora immaginato, ma che sente immediatamente suo.»




Dietro la perfezione di un evento si nasconde spesso una gestione molto complessa. Gli imprevisti fanno parte del mestiere?
«Assolutamente sì. E spesso vanno gestiti con lucidità e velocità, senza che il cliente percepisca nulla. Mi è capitato, ad esempio, di forare in autostrada mentre trasportavo i fiori dalla chiesa alla location. Ho cambiato più mezzi pur di arrivare in tempo e ci sono riuscita. La sposa se n’è accorta solo il giorno dopo, vedendo le storie su Instagram. In fondo è anche questo il nostro lavoro: risolvere i ‘disastri’ dietro le quinte e lasciare intatta la magia.»
C’è un fraintendimento che ti trovi spesso a chiarire?
«Sì: l’idea di “semplice”. Molti associano la semplicità a un costo ridotto, ma non è così. Il semplice, per essere davvero elegante, richiede precisione assoluta. Inoltre, chi non conosce questo mondo difficilmente immagina quanto lavoro ci sia dietro ogni singolo elemento: dalla scelta dei fiori alla loro preparazione, fino alla logistica complessiva dell’allestimento.»
Ti è mai capitato di dire no a un progetto?
«Sì, e credo sia giusto farlo quando non ci si riconosce davvero in una richiesta. Fa parte dell’onestà professionale. Anche il gusto personale conta: ci sono elementi che sento meno vicini al mio linguaggio estetico, e preferisco rinunciare piuttosto che realizzare qualcosa in cui non credo fino in fondo.»
Che cosa vorresti lasciare, ogni volta, attraverso il tuo lavoro?
«Vorrei lasciare una sensazione autentica, il senso di un evento che non sia soltanto bello da vedere, ma profondamente sentito. Quando una persona si riconosce davvero in ciò che hai creato per lei, allora sai di aver fatto qualcosa che resterà. E torni a casa appagata»