22 Settembre, 2026 Cesenatico

Bonifiche, l’Emilia-Romagna sotto osservazione: Ravenna resta il nodo più delicato

Non è una regione ferma, ma una regione che continua a fare i conti con il proprio passato produttivo, urbano e infrastrutturale. E il dato che arriva dal quarto rapporto ISPRA sullo stato delle bonifiche lo dice con chiarezza: l’Emilia-Romagna è uno dei territori dove il tema resta più pesante, più strutturato e più visibile. I procedimenti censiti sono 1.305, un numero che da solo basta a collocare la regione nel gruppo di quelle dove la questione ambientale non può essere archiviata come marginale. Di questi, 529 sono ancora in corso, mentre 776 risultano conclusi.

Ma c’è un secondo dato, forse ancora più importante, che aiuta a leggere correttamente questi numeri: l’Emilia-Romagna ha una rappresentatività del 100% nel database MOSAICO utilizzato da ISPRA, contro una media nazionale che si ferma al 45%. Tradotto: non è detto che qui ci siano più problemi che altrove in senso assoluto, ma è certo che qui i procedimenti risultano tracciati, classificati e seguiti in modo molto più completo rispetto a buona parte d’Italia. È anche per questo che il peso della regione appare così nitido.

Dentro il quadro emiliano-romagnolo, la Romagna merita un focus a parte. Perché se si guarda alla costa, e in particolare alla riviera, non emerge dal rapporto un allarme diffuso da Cesenatico a Rimini, né una concentrazione di casi aperti tale da indicare un fronte omogeneo di emergenza. I comuni della fascia costiera romagnola, almeno nel documento ISPRA, non compaiono tra quelli che a livello nazionale spiccano per numero di procedimenti in corso. È un elemento che ridimensiona letture troppo allarmistiche e restituisce un quadro più sfumato, meno da titolo gridato e più da monitoraggio continuo.

Il nome che invece affiora con evidenza è Ravenna. Il comune ravennate compare infatti tra i primi dieci in Italia per numero di procedimenti conclusi. Un dato che non può essere letto solo come eredità di un territorio storicamente complesso, ma anche come spia di una pressione ambientale affrontata nel tempo attraverso un lavoro amministrativo e tecnico che ha portato alla chiusura di molte pratiche. Ravenna, insomma, non è semplicemente il luogo dove il problema si vede di più: è anche quello dove più chiaramente si misura il lungo lavoro necessario per governarlo.

Sul fronte dei procedimenti ancora aperti, il profilo regionale resta comunque significativo. Dei 529 in corso in Emilia-Romagna, 314 riguardano siti contaminati e 215 siti potenzialmente contaminati. Non risultano, nel perimetro di questo monitoraggio, procedimenti ancora sospesi in attesa di accertamenti analitici, un dato che suggerisce una conoscenza tecnica già definita dei casi trattati.

Il confronto con il resto d’Italia rafforza questa lettura. A livello nazionale i procedimenti di bonifica censiti sono 17.406: il 39% è in corso, il 61% concluso. E quasi un Comune su tre, in Italia, ha almeno un procedimento aperto. Questo significa che il tema non riguarda soltanto grandi poli industriali o aree eccezionali, ma è ormai parte di una questione territoriale diffusa. In questo scenario, l’Emilia-Romagna si distingue non solo per il numero delle pratiche, ma per la capacità di farle emergere e seguirle con continuità.

La fotografia finale, allora, è meno semplice di quanto sembri. Da una parte non c’è, almeno in Romagna, un’emergenza uniforme che investe tutta la riviera. Dall’altra non si può neppure abbassare la guardia, perché il dato regionale resta alto e Ravenna continua a rappresentare il punto più sensibile dell’area romagnola. È lì che il tema delle bonifiche mostra il suo volto più concreto. Ed è da lì che passa, probabilmente, anche la misura della capacità del territorio di chiudere davvero i conti con le ferite ambientali del passato.

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