di Andrea Bazzocchi
Atmosfera tesa, quasi elettrica, questa mattina al Tribunale di Rimini, dove si è celebrata una delle udienze più attese del processo a carico di Louis Dassilva, unico imputato per l’omicidio di Pierina Paganelli, la 78enne uccisa con 29 coltellate il 3 ottobre 2023 nei garage sotterranei della sua abitazione di via del Ciclamino.
Nell’aula Q del Palazzo di Giustizia è stato il giorno della difesa. Gli avvocati Andrea Guidi e Iario Fabbri si sono alternati in una lunga ricostruzione dei fatti, soffermandosi in particolare su quelle che, secondo la linea difensiva, sarebbero le incongruenze nelle dichiarazioni rese da Manuela Bianchi, nuora della vittima.
Il pubblico ha seguito ogni passaggio con estrema attenzione. In aula erano presenti i cronisti delle principali testate, ormai presenze abituali di un processo che, udienza dopo udienza, ha richiamato non solo gli addetti ai lavori, ma anche un gruppo sempre più nutrito di osservatori e sostenitori. Persone arrivate da diverse città italiane, convinte di voler testimoniare la propria vicinanza all’imputato e alla moglie Valeria Bartolucci.
“Sono partita ieri da Cagliari per essere qui, come ogni lunedì”, racconta Sonia, giovane sarda che dice di seguire il caso fin dall’inizio. “Ho preso a cuore questa vicenda da subito”, aggiunge Daniela, arrivata da Torino. “Louis è vittima di un sistema fatto di pregiudizi. Ho conosciuto Valeria, siamo diventate amiche. Io e mio marito, veterinario, siamo stati anche ospiti a casa sua per occuparci dei gatti mentre lei era in Senegal dai parenti di Louis”.
Durante la pausa, nel cortile interno del tribunale, il clima resta acceso. Si discute, si commenta, si formulano ipotesi. Il processo sembra ormai aver superato i confini dell’aula giudiziaria, trasformandosi per molti in una vicenda personale, vissuta con partecipazione emotiva e convinzioni radicate.

“È una situazione kafkiana”, osserva Andrea, alla sua prima presenza in aula. La frase arriva all’orecchio di Valeria Bartolucci, moglie dell’imputato, che inizialmente sembra distratta. Poi si ferma, torna indietro e replica: “Qui Kafka ci fa un sorriso. Qui siamo a Orwell, e forse anche oltre. Pura fantascienza”. Parole pronunciate con amarezza, nel tono di chi sente di vivere una realtà capovolta.
In aula era presente anche la famiglia Saponi: i tre figli di Pierina Paganelli e la nipote Giorgia, minorenne all’epoca del delitto. Proprio il nome di Giorgia, pronunciato nel corso dell’intervento difensivo, ha segnato uno dei momenti di maggiore tensione. La giovane, seduta composta nel suo tailleur blu, è rimasta impassibile mentre l’attenzione dell’aula sembrava concentrarsi su di lei.
Il pubblico ha reagito con un silenzio denso, quasi liberatorio. Come se quel nome, spesso rimasto sullo sfondo del racconto pubblico, rappresentasse per molti un passaggio decisivo nella lettura della vicenda.
La difesa ha insistito sui punti ritenuti deboli dell’impianto accusatorio, cercando di smontare passaggi e testimonianze considerate contraddittorie. Una strategia che ha alimentato l’attenzione dei presenti e reso ancora più evidente la distanza tra le diverse verità che attraversano questo processo: quella processuale, affidata agli atti e alle valutazioni della Corte, e quella emotiva, coltivata fuori e dentro l’aula da chi segue il caso con partecipazione quasi militante.
Il prossimo 9 giugno è prevista l’ultima udienza. Quel giorno, in nome del popolo italiano, sarà pronunciata la sentenza.
