C’era una volta il coriandolo. Leggero come una risata, colorato come la promessa di un pomeriggio diverso, capace di trasformare un salone qualunque in una piccola galassia di carta. C’era una volta il coriandolo e adesso non c’è più. O meglio: c’è ancora nei ricordi, nelle fotografie sbiadite, nelle tasche dei cappotti di quando eravamo bambini. Ma nelle feste di Carnevale di oggi, almeno in molte realtà locali, è diventato un ospite indesiderato.
Succede a Cesenatico, dove nelle feste di Carnevale organizzate dalle parrocchie il messaggio è chiaro: coriandoli banditi. In tutte le feste, soprattutto in quelle al chiuso, la regola è ormai quasi universale.
Non è un capriccio né una mania d’ordine. È, prima di tutto, una scelta di responsabilità. I coriandoli possono rendere scivoloso il pavimento e aumentare il rischio di cadute; si infilano ovunque – tra le sedie, nelle fessure, negli angoli più impensati – e trasformano la festa in ore di pulizia per volontari che, spesso, hanno già donato tempo e energie per preparare animazione e rinfresco. E poi c’è il rispetto degli ambienti: saloni che ospitano catechismo, incontri, attività comunitarie e che devono tornare rapidamente fruibili.
Eppure, dentro questo divieto pratico e necessario, si sente anche un piccolo tramonto: quello di un rito semplice, quasi minimo, che ha abitato l’immaginario infantile di generazioni. Lanciare coriandoli non era solo “sporcare”: era dichiarare che, per un momento, le regole potevano farsi più morbide; era lasciare una traccia visibile della gioia, come neve di carta in pieno febbraio.
Il Carnevale – non c’è dubbio – continuerà lo stesso, tra maschere, pentolacce e truccabimbi. Ma ogni tanto, guardando un pavimento perfettamente pulito a fine festa, qualcuno penserà: c’era una volta il coriandolo. E adesso no. E in quella mancanza, per un attimo, si sentirà passare un po’ della nostra infanzia.