Con il passare dei giorni, la posizione degli otto medici del reparto di Malattie Infettive di Ravenna finiti sotto inchiesta per i certificati anti-rimpatrio appare sempre più delicata. A rendere il quadro decisamente più pesante non sono soltanto i numeri dell’indagine, ma soprattutto il contenuto delle chat sequestrate, gli accertamenti sui certificati rilasciati e la ricostruzione di un presunto “sistema” che, per la procura, avrebbe agito con continuità tra settembre 2024 e gennaio 2026.
Secondo gli inquirenti, su 64 stranieri irregolari accompagnati in reparto per la visita di idoneità al trasferimento in un Cpr, 34 sarebbero stati dichiarati non idonei in maniera arbitraria, mentre altri 10 si sarebbero rifiutati di sottoporsi alla visita. Un dato che, già di per sé, aveva acceso i riflettori.
Ma a colpire oggi sono soprattutto gli scambi tra i medici, letti dagli investigatori come la prova di “una consapevolezza condivisa” e di una linea comune. Frasi come “noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente” oppure “la cosa importante è essere uniti e non succede nulla” vengono considerate dall’accusa un tassello chiave per sostenere l’esistenza di una strategia organizzata.
A complicare ulteriormente la posizione degli indagati ci sono poi il riferimento a incontri online per “chiarirsi le idee”, i contatti con un medico indicato come referente esterno e l’uso di moduli prestampati che avrebbero riportato condizioni patologiche senza adeguato riscontro clinico. L’errore che avrebbe fatto arrivare in questura una bozza di quel modulo, allegata a un certificato, ha poi dato ulteriore forza agli approfondimenti investigativi.
C’è infine un altro elemento che pesa: tra gli stranieri tornati liberi, dieci sarebbero stati nuovamente coinvolti in reati per una ventina di contestazioni complessive. Un dato che, sul piano pubblico e giudiziario, ha reso il caso ancora più esplosivo.
Ed è proprio su questo sfondo che comincia a serpeggiare un certo imbarazzo anche tra quanti, in una prima fase, avevano espresso solidarietà ai medici indagati. Le manifestazioni di vicinanza restano, ma l’emergere di dettagli sempre più compromettenti impone ora prudenza. Perché una cosa è difendere il principio di garanzia, altra è fare i conti con un’impostazione accusatoria che, giorno dopo giorno, sembra trovare nuovi e pesanti riscontri. Il tutto, ovviamente, in attesa del processo, l’unico luogo in cui – a dispetto delle ricostruzioni della Procura – questa delicata vicenda troverà un esito realmente credibile.