C’è stato un momento venerdì in cui la politica romagnola ha smesso di guardare Cervia come una cartolina e ha iniziato a osservarla come un laboratorio di nervi scoperti. La vicenda di Mattia Missiroli, sindaco dem indagato per presunti maltrattamenti e lesioni alla moglie, era già da settimane una ferita aperta, difficile da suturare senza lasciare cicatrici. Ma la giornata “di passione” del Pd cervese è esplosa quando, a sorpresa, il primo cittadino ha ritirato le dimissioni presentate a inizio gennaio: come se un atto formale potesse rimettere in riga ciò che, nel frattempo, era diventato un problema di fiducia e di credibilità.
Quel gesto, più che amministrativo, è stato un messaggio politico: la scelta di camminare da solo e di chiedere al partito di adeguarsi. Ed è qui che emerge la gestione goffa di una crisi che un Pd radicato, esperto di mediazioni locali e di equilibri fragili, avrebbe dovuto presidiare con maggiore lucidità.
Invece si è visto un rimbalzo di note e contro-note, riunioni febbrili, mezze frasi, un imbarazzo che colava lungo la filiera del consenso. Non stupisce che la storia abbia superato i confini comunali: in riviera si bisbiglia che anche il segretario dem di Cesenatico, Matteo Gozzoli, abbia seguito le mosse di Missiroli con una certa perplessità. E quando persino gli “alleati naturali” iniziano a dubitare, significa che la regia è saltata.
Con il senno di poi la dinamica appare chiara. Missiroli ha preso decisioni senza concordarle con il suo partito, forse confidando che la questione fosse solo giudiziaria e che il tempo avrebbe fatto il resto. Ma la politica, quando entra in campo l’etica pubblica, non ragiona per fascicoli: ragiona per simboli, per reputazione, per quel patto implicito che tiene in piedi una maggioranza.
Il Pd, stretto tra la tutela dell’istituzione e la propria identità morale, ha scelto l’unica via rimasta: sfiduciare il sindaco e staccare la spina con le dimissioni in blocco di consiglieri e assessori, facendo decadere Consiglio e Giunta e aprendo la strada al voto nella prima finestra utile.
Le dimissioni in blocco riportano il passaggio decisivo nella sede naturale della democrazia e, di fatto, interrompono una deriva che stava consumando l’istituzione. Resta però l’ombra di quelle ore concitate, di un copione scritto e riscritto troppo in fretta.
Non vorremmo essere nei panni di quei vecchi funzionari democratici che per cultura politica e mestiere sapevano tenere insieme tempi, parole e decisioni con più scaltrezza e più fermezza. Oggi, probabilmente, si saranno fatti una domanda semplice: non “dove va il partito”, ma perché si sia arrivati fin lì, a un passaggio così esposto e così goffo. Perché il rimedio è arrivato – e conta – ma la sensazione è che si potesse evitare di pagarlo con un giorno intero di imbarazzo collettivo.