La mattina delle corse Cesenatico si svegliava: camion dei team, balle di paglia, transenne. Il tracciato, poco più di 2,6 chilometri, cuciva Viale Carducci e dintorni in un anello urbano in cui i bar diventavano tribune e i balconi cabine di cronaca. Era la Mototemporada Romagnola, rito primaverile che univa la Riviera: Rimini, Riccione, Milano Marittima, Cattolica… e Cesenatico.
Qui passarono fuoriclasse e talenti italiani e stranieri: Giacomo Agostini, Renzo Pasolini, Mike Hailwood, Tarquinio Provini, Phil Read, i fratelli Villa. Il 21 aprile 1960 le telecamere dell’Archivio Luce fissarono il rito cittadino: moto come saette tra le case, pubblico a due passi, cappotti e fazzoletti che sventolano. Due anni dopo, 1° maggio 1962, Silvio Grassetti fece cantar forte la Benelli 250 quattro cilindri: vittoria netta, cartolina della stagione.
Il bello – e il brivido – stava nella prossimità. L’asfalto era quello di tutti i giorni, addomesticato alla meglio. I meccanici stringevano bulloni, i piloti facevano il segno della croce, gli spettatori cercavano il punto giusto tra una cabina telefonica e un chiosco di piadina. La gara finiva e la città tornava se stessa, con l’odore di miscela che sfumava nel sale del mare.
Non solo due ruote. Cesenatico assaggiò anche le quattro: nel 1959 e nel 1963 le Formula Junior portarono una sfilata di motorini d’avviamento e carrozzerie leggere, segno che il tracciato cittadino sapeva parlare più lingue del motorsport.
Poi vennero tempi nuovi, norme più attente alla sicurezza, circuiti permanenti. Ma l’immaginario è rimasto: oggi rievocazioni e pezzi d’amarcord rispolverano quel disegno sull’asfalto e quella febbre felice delle domeniche romagnole. Se chiudi gli occhi, quasi li senti ancora: i passi verso le reti, i fischietti dei commissari, il rombo che sale da Viale Carducci al porto canale. Cesenatico, per qualche primavera, è stata davvero una piccola capitale della velocità.












