C’è stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui bastava annunciare una nuova antenna per la telefonia mobile perché a Cesenatico si accendesse subito la protesta. Assemblee, raccolte firme, comitati, richieste di accesso agli atti, perizie, controperizie, appelli al principio di precauzione. Il 5G, per anni, ha tormentato la vita delle amministrazioni locali e alimentato un dibattito acceso, spesso sospeso tra legittime preoccupazioni e paure amplificate dai social.
Oggi, invece, qualcosa sembra cambiato. A Cesenatico le antenne continuano ad arrivare, o a spostarsi, ma il clima è molto diverso. L’impianto previsto in viale Dei Mille, denominato “FO174 Cesenatico Nord”, è passato quasi senza rumore. Stesso discorso per l’antenna WindTre collegata al progetto “FO338 Porto”, trasferita dal tetto del mercato ittico a via Darsena dei Pescatori. Avvisi pubblici, possibilità di presentare osservazioni, iter amministrativi regolari: ma nessuna grande sollevazione popolare.
Il confronto con il passato è evidente. Nel 2022 il Comitato No antenna di Zadina tornava alla carica contro l’impianto di viale Dei Pini, chiedendo dati ambientali, pareri di Arpae, documentazione tecnica e chiarimenti su un presunto potenziamento. Era il segno di una stagione in cui ogni antenna veniva vissuta da una parte della popolazione come una minaccia diretta alla salute, in particolare per il timore di tumori cerebrali o altre malattie gravi.
Oggi quel dibattito appare quasi demodé. Non perché il tema dei controlli sia diventato irrilevante, ma perché l’opinione pubblica sembra essersi abituata alla presenza delle infrastrutture digitali. Le antenne sono entrate nel paesaggio urbano come i lampioni, le cabine elettriche, le centraline. Le usiamo senza vederle: ogni telefonata, ogni messaggio, ogni pagamento digitale, ogni prenotazione online passa anche da lì.
Nel frattempo anche la ricerca scientifica ha continuato a fare il suo lavoro. Le onde utilizzate dalla telefonia mobile, compreso il 5G, appartengono alle radiazioni non ionizzanti: non sono paragonabili ai raggi X o ai raggi gamma e non hanno energia sufficiente per danneggiare direttamente il Dna. L’effetto biologico accertato, a livelli elevati, è il riscaldamento dei tessuti; i limiti di legge servono proprio a mantenere l’esposizione molto al di sotto di quelle soglie.
Resta vero che nel 2011 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro inserì le radiofrequenze tra gli agenti “possibilmente cancerogeni”. Ma quella classificazione non equivale a dire che provochino il cancro: indica piuttosto un’area da continuare a studiare. Le revisioni più recenti non hanno trovato prove convincenti di un aumento dei tumori cerebrali legato all’uso dei cellulari o alla presenza delle antenne.
Questo non significa che i cittadini non debbano chiedere trasparenza. Al contrario: dati pubblici, controlli Arpae, misurazioni comprensibili e iter chiari restano fondamentali. Ma forse Cesenatico racconta bene un passaggio culturale: dalla paura generalizzata alla richiesta di verifiche concrete.
Il 5G non è più il mostro invisibile di qualche anno fa. È diventato una tecnologia ordinaria, discussa meno e usata molto di più. E forse proprio qui sta la notizia: le antenne continuano a crescere, ma la grande paura sembra essersi spenta.