Cesenatico continua a essere l’eccezione che illumina la costa. Nel panorama dei grandi edifici residenziali italiani, dominato dai quartieri verticali di Milano e dalle torri della Capitale, il Grattacielo sul lungomare mantiene saldamente il podio nazionale: 118 metri di altezza, 35 piani e una vista che dal porto leonardesco corre fino alla linea dell’orizzonte. Davanti a lui soltanto due giganti metropolitani: Solaria a Milano (143 metri, 37 piani) e EuroSky a Roma (120 metri, 31 piani).
La speciale classifica conferma quanto Cesenatico sia un unicum: qui la verticalità non è solo spettacolo, ma anche motore economico. Il mercato rileva valori compresi, a seconda dei piani e delle finiture, tra 2.800 e 4.600 euro al metro quadrato, segno di una domanda stabile per case con servizi, sicurezza e panorama.
Il confronto con il resto d’Italia è eloquente: la media nazionale dei grandi condomini in classifica si ferma attorno ai 90 metri e 24 piani. Ma a Cesenatico il grattacielo non è soltanto una misurazione in metri: è un punto di orientamento emotivo. Di notte, la sua sagoma annuncia il rientro a casa a chi vive qui tutto l’anno; d’estate è il segnale che l’Adriatico è vicino per migliaia di villeggianti. Restare terzi in Italia significa difendere un primato che parla di identità, attrattività e futuro.

La storia
Il grattacielo di Cesenatico nasce nel pieno del boom: cantiere aperto nel 1957, inaugurazione nell’estate 1958, quando con i suoi 118 metri diventa per un breve tratto l’edificio più alto d’Italia. C’e’ un volumetto – curato da Ennio Nonni – che ricompone quel contesto: la modernità che sbarca sulla spiaggia, il desiderio di “verticale” come promessa di progresso e di status per una città fino ad allora orizzontale.
Il libro lavora su due piani: documento e racconto. Da un lato, tavole, fotografie e ritagli restituiscono l’impresa tecnica e imprenditoriale; dall’altro, una narrazione leggera spiega come la torre sia entrata nell’immaginario balneare, tra cartoline, manifesti e memoria familiare. È l’idea di un “paesaggio in verticale” che ridisegna lo skyline e, insieme, l’autostima di una località che si affaccia al turismo di massa.
I crediti progettuali sono ormai classici: l’ingegnere Eugenio Berardi firma il “Marinella II”, struttura in cemento armato con 35 livelli. La scheda ministeriale e i repertori regionali confermano il carattere polifunzionale: un basamento con negozi, bar, sale da ballo e ristoranti, poi un hotel ai piani medi e, più in alto, appartamenti e terrazza panoramica. La torre, insomma, non è solo forma: è una macchina urbana che concentra vita pubblica e privata in un unico totem.
Nel pamphlet emergono le ambivalenze di ogni simbolo: entusiasmo, critiche, assestamenti. La storiografia ricorda il primato effimero (superato poi dal Pirelli) e l’effetto domino sui litorali romagnoli, dove i grattacieli balneari diventano laboratorio e paradosso, tra visibilità turistica e questioni paesaggistiche. La pubblicistica coeva e gli studi successivi parlano di una “moda del vivere in verticale” che ha segnato gli anni ’50-’60.
La vita dell’edificio non si ferma alla foto d’epoca. Tra 2003 e 2009 la torre affronta un ciclo di riqualificazione profonda: consolidamento della struttura, nuovi impianti, facciata ventilata in grès. Interventi che aggiornano la pelle e prolungano la biografia del manufatto, oggi ancora faro visivo per chi arriva dal mare o dalla via Emilia. Anche un curioso dato di monitoraggio – una pendenza di circa 33 cm verso piazza Costa – racconta la necessità di cura continua.
Perché questo libro conta? Perché mostra che il grattacielo è più di un edificio: è un dispositivo culturale. Funziona da landmark, ma anche da scrigno di storie: di chi ci ha lavorato, abitato, festeggiato; di chi lo ha preso come punto d’orientamento, reale o sentimentale. Il volume di Nonni – scaricabile integralmente dal sito dell’autore – tiene insieme fatti e fantasie collettive, aiutandoci a leggere la città attraverso la sua verticalità più celebre.