L’aggressione avvenuta ieri a Cesena a pochi tifosi bianconeri da parte di una quarantina di sostenitori del Catanzaro riportano al centro dell’attenzione il fenomeno ultras e le dinamiche violente che, ciclicamente, attraversano il mondo del calcio.
Un universo parallelo regolato da codici non scritti, dove lo scontro fisico viene percepito come strumento di affermazione identitaria. Le regole interne, per quanto distorte e tribali, hanno un loro peso: garantiscono prestigio, alimentano il senso di appartenenza e costruiscono gerarchie fondate sul coraggio. “Mentalità Ultras” la chiamano.
Chi decide di partecipare mette in conto tutto: colpire, ma anche cadere. Restare a terra, con il volto tumefatto, è una possibilità plausibile ed accettata. In questa logica – secondo i codici ultras – lo scontro dovrebbe avvenire tra soggetti consenzienti. Non donne, non bambini, non tifosi occasionali. Eppure, le eccezioni esistono.
Episodi di aggressioni sproporzionate in gruppo contro singoli accadono, ma sono condannate. Quanto accaduto ieri, tuttavia, si colloca fuori da qualsiasi presunto codice d’onore ultras. In primo luogo perché tra le due tifoserie non esisteva un reale clima di ostilità: quella andata in scena è stata, a tutti gli effetti, un’aggressione premeditata, non uno scontro degenerato in modo accidentale.
I sostenitori del Catanzaro, scesi da un pullman, indossavano abbigliamento uniforme e non identificabile, armati di bastoni. Non hanno raggiunto l’area della Curva Mare, ma sono scesi a circa mezzo chilometro di distanza, intercettando un gruppo ristretto di quattro o cinque ultras bianconeri. Una sproporzione evidente: quaranta contro cinque. Eppure, filmato alla mano, i cesenati non si sono dati alla fuga. Sono rimasti sul posto, cercando di difendersi e invocando ripetutamente uno scontro “a mani nude”. Nonostante la superiorità numerica e i bastoni, gli aggressori non sono riusciti a sopraffarli. Nella lettura interna al mondo ultras, il giudizio è netto: non solo un atto considerato vile, ma “una figuraccia”.
Da anni le frange più radicali organizzano incontri lontano dagli stadi, scegliendo luoghi e tempi precisi. Trasferte pianificate in auto, evitando pullman e treni ufficiali, servono a eludere i controlli e sfuggire al dispositivo delle forze dell’ordine. L’uscita autostradale presidiata si evita. Si esce a quella prima.
Gli scontri del 2023 – avvenuti nella frazione cesenate di Ponte Pietra – restano un caso emblematico. In quell’occasione, i riminesi optarono per un percorso alternativo per sorprendere i cesenati. Ma trovarono ad attenderli proprio la frangia più violenta bianconera. Ne nacque uno degli episodi più duri degli ultimi anni, con i riminesi costretti a ripiegare. Un dettaglio, però, restituisce la complessità di queste dinamiche: alcuni tifosi riminesi, feriti e impossibilitati a raggiungere lo stadio, imboccarono la via Emilia per rientrare. Furono intercettati da altri bianconeri, pronti a un “piano B” di scontro in attesa di eventuali auto da Rimini. L’auto venne fermata. Ma, constatate le condizioni degli occupanti (claudicanti e impossibilitati a reggere un nuovo scontro), fu lasciata ripartire. Una tregua implicita, dentro un contesto di violenza.
Le logiche ultras oltrepassano da tempo il perimetro della domenica sportiva, spingendosi ben oltre lo stadio e il contesto della partita. Nel novembre 2024, un gruppo di circa venti riminesi, riconducibili a una matrice “old style”, vestiti di nero e con il volto coperto, fece irruzione in un circolo ricreativo a Bellaria Monte, noto punto di ritrovo di tifosi cesenati.
L’azione fu rapida e violenta: arredi distrutti con bastoni, spranghe e catene; un cliente occasionale, estraneo allo scontro, rimase ferito. La reazione del fronte bianconero fu netta. L’aggressione venne condannata perché avvenuta in assenza dei “diretti interessati”, di quelli considerati, nel gergo interno, “quelli buoni”. Una violazione del codice. Una vigliaccata. E in un sistema che si regge sull’equilibrio precario tra sfida e reputazione, la risposta difficilmente resta sospesa.
Nel gennaio 2025, un gruppo di tifosi del Cesena, alcuni travisati e armati di bastoni, tese un agguato ai sostenitori del Rimini. Gli scontri si verificarono al campo di Gatteo Mare, dove era in corso una partita di Coppa di Terza Categoria tra Valverde e Cattolica. La presenza di ultras riminesi al seguito del Cattolica non fu un elemento casuale. Era prevedibile. Lo sapevano loro. Lo sapevano gli altri. Ancora una volta, dentro una geografia parallela fatta di appuntamenti, segnali e regolamenti non scritti. Una dimensione che continua a muoversi con una propria rigida coerenza interna.
La curva cesenate visse una svolta nel 2007. Fino ad allora, gli elementi più aggressivi erano distribuiti tra i vari gruppi. La domenica si formava una sorta di reparto parallelo, esterno allo stadio, che seguiva logiche autonome. L’obiettivo era anticipare i tempi: cercare il contatto prima dell’arrivo della polizia, quando anche gli avversari sanno che “è il momento”.
Con alcune tifoserie, come quella del Bologna, i tempi di arrivo allo stadio venivano anticipati. In casa si conoscono le direttrici d’accesso degli ospiti. In trasferta, invece, si pianifica tutto: mezzi, orari, percorsi, punti di ritrovo. In rari casi, persino comunicazioni indirette tra gruppi rivali per concordare il confronto. Anche l’abbigliamento ha seguito un’evoluzione. Un tempo secondario, oggi è elemento centrale: giubbotti identici, guanti in cuoio, scarpe robuste ma leggere, volto coperto. Uniformità e anonimato. La suddetta riorganizzazione della Curva Mare del 2007 portò alla nascita di un gruppo compatto: i “Casual”. “Quelli buoni”, vecchi e giovani confluirono in un unico blocco, abbandonando la Curva Mare per spostarsi nei distinti, sul lato più vicino al settore ospiti. Una scelta logistica e simbolica. Più vicini al “fronte”.
LaVoceRomagnola