Nel 1965, sotto il grattacielo di Cesenatico, il Salone parrucchiere Carlo doveva apparire come un luogo modernissimo e rassicurante insieme. Le fotografie dell’epoca raccontano un ambiente ordinato, luminoso, con la fila delle postazioni, gli specchi geometrici, i caschi asciugacapelli e la sala d’attesa: il lessico preciso del “salone per signora” nell’età d’oro della messa in piega. In quegli anni, infatti, il parrucchiere femminile era un appuntamento regolare, quasi settimanale, e il beauty parlor viveva una stagione centrale nella vita sociale delle donne.
Si entrava per lo shampoo, certo, ma soprattutto per “farsi la testa”: lavaggio, bigodini, retina, casco e poi spazzola, pettine e rifinitura finale. Il casco non era un accessorio folcloristico: era uno strumento di lavoro quotidiano, perché negli anni Cinquanta e Sessanta i saloni erano il luogo dove i capelli venivano “messi in forma” e fissati con il calore. La permanente restava il trattamento regina per dare volume e durata; accanto, c’erano pieghe vaporose, cotonature misurate, ritocchi di frangia, tinture, lozioni e brillantine leggere.
Le mode del momento oscillavano fra due anime. Da una parte la signora italiana di provincia e di villeggiatura, ancora legata a volumi, ricci disciplinati e linee ben tenute per tutta la settimana; dall’altra il nuovo gusto anni Sessanta, più netto e geometrico, lanciato a livello internazionale dai tagli di Vidal Sassoon, dal bob preciso alle linee pulite che riducevano il bisogno di lacca e costruzioni troppo rigide. In un salone come quello di Carlo convivevano probabilmente entrambe le tendenze: la cliente giovane chiedeva freschezza e leggerezza, la cliente matura cercava durata, ordine, “tenuta”.


I prodotti? Le immagini aiutano: si vedono una lacca “extra strong”, preparazioni fissanti, pettini, flaconi e lozioni da banco. Era la chimica elegante del tempo: lacche spray, fissativi, creme da piega, preparati per permanente e colorazioni che oggi diremmo aggressive, ma allora sinonimo di modernità professionale. In generale, i prodotti per acconciatura comprendevano proprio lozioni, creme, oli, lacche, brillantine e fissativi.
Quanto costava quel rito? Qui la ricostruzione dev’essere prudente: senza il listino del salone, si può solo ragionare per analogia. Nel 1965 uno stipendio operaio medio era attorno alle 86.000 lire mensili; inoltre, secondo i coefficienti ISTAT, 1.000 lire del 1965 equivalgono grosso modo a poco più di 12 euro di oggi. Su questa base, è plausibile immaginare una messa in piega tra 500 e 800 lire, taglio e piega fra 1.000 e 1.500, una permanente tra 2.500 e 4.000 lire, con la tintura sullo stesso ordine di grandezza o poco meno. Non poco, ma abbastanza accessibile da fare del parrucchiere un’abitudine e, per molte, una piccola forma di prestigio domestico.
E soprattutto, quel salone era un osservatorio umano. Sotto i caschi si leggevano i rotocalchi, si commentavano fidanzamenti, arrivi dall’estero, mode di Milano, stagioni balneari e novità del grattacielo. Il parrucchiere, allora, non vendeva soltanto un servizio: custodiva un tempo lento, femminile, conversato. Carlo pettinava, ma insieme ascoltava, consigliava, rassicurava. Ed è forse per questo che oggi, guardando quelle immagini, non vediamo solo un negozio del 1965: vediamo un pezzo di Italia che imparava il benessere, una testa alla volta.



