22 Settembre, 2026 Cesenatico

Colpo al clan dei Piromalli, il loro nome anche nel processo “Radici”

Ieri mattina la ‘ndrangheta ha incassato un duro colpo. Con l’operazione “Res Tauro”, scattata all’alba, i carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito diverse ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip su richiesta della Dda guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli. 

Ventisei le persone arrestate. Tra loro anche Pino Piromalli, detto “Facciazza”, 80 anni: il capo della storica cosca di Gioia Tauro, già detenuto al 41 bis per 22 anni e libero dal 2021, è indicato come principale indagato in qualità di capo, promotore e organizzatore.

Il catalogo dei reati contestati è pesante: associazione di tipo mafioso, estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio, detenzione illegale di armi e munizioni, turbata libertà degli incanti, favoreggiamento personale, trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante del metodo mafioso. Un impianto che, se confermato, descrive una struttura ancora capace di condizionare economia e pubblica amministrazione, proiettando interessi ben oltre la Calabria.

E infatti il nome Piromalli non suona nuovo da queste parti. Anche a Cesenatico quel cognome è affiorato più volte negli atti del cosiddetto processo “Radici”, celebrato a Ravenna, dove oggi sono arrivate le condanne: 22 imputati per complessivi 98 anni. 

In quella inchiesta, avviata dopo le segnalazioni del sindaco Matteo Gozzoli e le indagini della Guardia di Finanza, la procura ha ricostruito un meccanismo di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale locale: acquisizioni di bar, ristoranti, pasticcerie e altri esercizi tramite prestanome e capitali di provenienza illecita riconducibili alle ‘ndrine calabresi, con frequenti richiami alla famiglia Piromalli.

La sentenza ha riconosciuto per la prima volta il metodo mafioso sul territorio di Cesenatico e ha attribuito al Comune una provvisionale, un segnale forte che premia la reattività delle istituzioni e della società civile. È la prova che i tentacoli della criminalità organizzata cercano sponde dove i capitali possono essere riciclati e le fragilità imprenditoriali sfruttate, ma è anche la conferma che investigatori, magistratura e comunità possono fare argine.

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