In Romagna l’insulto è sempre stato più teatro che cattiveria: un’arte di stuzzicare senza davvero ferire, nata tra aie, osterie e bocciofile. I nostri nonni sapevano che il tono valeva più della parola: con un sorriso diventava complicità, urlato poteva tagliare. Ecco un piccolo glossario — anche nelle sue forme più colorite — per capire quel pittoresco mondo di botta e risposta.
Il re dei soprannomi – ieri come oggi – è patàca, lo sciocco fanfarone ma simpatico. Rafforzato in patacòun, diventa il gradasso che racconta storie più grandi di lui.
Lo svampito è bislé/bisleìn, il maldestro zòff, il testardo bèc, lo spaccone che provoca è sburón, il furbetto canzonatorio sburlacón. L’scurión è il “serpe” subdolo, il pidocchì l’avaro, il cacalètt il fifone; marmòt/marmutèl indica l’adulto-bambinone. Come comando sprezzante: “va a zappé!”.
E poi c’è la musica delle osterie, dove il romagnolo si allunga e s’increspa. Entri e trovi il nonno che al nipote svampito mormora “smetla d’fè l’imbazel, va là”, e subito dopo gli aggiusta la sciarpa. Il barista, invece, è uomo di congedi creativi: se gli fai perdere tempo ti spedisce “va a scurzé int e’ remal”, con quella leggerezza contadina che trasforma il peto in letteratura agreste. Se insisti, alza il sopracciglio: “romp poc e caz”, ma senza cattiveria, perché la frase — detta col sorriso — vale più di mille prediche.
In cortile, davanti al pollaio, parte l’iperbole teatrale che fa ridere tutti: “sat ciàp at scòurg da veiv”, “s’at ciàp at stac un braz e at mèin sa quèl”, “at dâg un cargadour ad bòti”. Nessuno ci crede davvero: sono trombe e tamburi per far scena. Quando la partita a bocce si mette storta, vola la maledizione che in Romagna è quasi filastrocca: “cüt vènja un azident”, e il compare, senza scomporsi, ribatte: “ci furb, söl se chj-élt i è imbezel”, che è un modo sornione per rimettere al suo posto lo sbruffone.
C’è anche la poesia del disgustoso, che qui diventa buffa immagine: il ragazzino col raffreddore è “fat margusòun”, e la nonna lo rincorre con il fazzoletto. La stessa nonna, se qualcuno esagera col turpiloquio, finge scandalo ma poi inzuppa il biscotto: “va a fè al pugnetti, va là”, e l’osteria scoppia. Tra ragazzi, le prese in giro rotolano veloci: “ci propri un zinzloun”, “ci acsè svampei che t’coz”, e scappano via come frusci di paglia. Se uno si pavoneggia troppo, arriva la sentenza: “tûl in te sàc”, che detta sottovoce è quasi un ammicco cameratesco.
Quando il vino si scalda, l’immaginazione raddoppia. Qualcuno, barcollando, sussurra l’augurio impossibile: “ch’ t’caschés l’üsèl a tèra e u’t rimbalzés int e’ cûl”, e si ride proprio perché è talmente iperbolico da sembrare un numero da avanspettacolo. L’amico più teatrale minaccia il colpo risolutivo: “at cäz un manarvèrs ch’a t’ fagh zîr par una stmèna”, e già si vede la girandola. L’altro lo placa: “va in ti frè”, che è mezzo invito al ritiro spirituale, mezzo “sparisci per un po’”. Nelle discussioni più accese c’è sempre qualcuno che chiude con l’immagine contadina: “caz’t disdéi int un fous”, cioè siediti su un fuso — una puntura d’orgoglio più che di carne.
Sul versante scatologico, i congedi sono coriandoli: “va a cagê!”, “màngia mèrda!”, “strònz!” quando si alza il volume. Ma la regola non scritta resta quella: si può dire quasi tutto, se lo si dice con il tono giusto. Persino l’esagerazione barocca di “va a fè de’ ciàpi in’tla paciara” — vai a fare danno nel pantano, lontano da qui — funziona come scaccia-brontolii più che come offesa. E se qualcuno pretende di avere sempre ragione, ecco la lama bonaria: “saret pu un’ignurènt”, posata con la grazia di chi, mentre ti punzecchia, ti raddrizza il colletto.
Naturalmente, il repertorio ha anche le sue schegge più crude, da maneggiare con giudizio: esclamazioni-valvola come “busòun!”, congedi aggressivi come “va a fè int e’ cûl!”, formule genealogiche che oggi stonano di più, e insulti sessuati nati tra tavoli appiccicosi e briscolate infinite.
Non è un invito a ripeterli, ma a capirne il contesto: l’invettiva romagnola non è fatta per ferire, è fatta per collocare, mettere qualcuno al suo posto nell’economia del gruppo, ridendo. Per questo molto dipendeva da tono, gesto, intonazione. La stessa parola, sussurrata con un sorriso, diventava complicità; urlata, diventava offesa.
Oggi parecchi termini sopravvivono in chiave identitaria: darsi del patàca tra amici è quasi una carezza, e un “romp poc e caz” bisbigliato fra compagni di tavolo vale come “oh, torna qui con noi”. Le vertigini più pesanti restano come testimonianza linguistica: raccontano una Romagna diretta e sanguigna, che non girava attorno alle cose. Conservarle in un glossario adulto significa capire il colore della lingua e riconoscere in quelle sillabe la scena viva dei nostri nonni: la risata, la sfida, la sbracciata di chi minaccia “at dâg un cargadour ad bòti” e poi ti offre da bere, la stretta di mano dopo la partita.


