Ricorrono sessant’anni da quella notte di ghiaccio che, tra l’8 e il 9 dicembre 1965, trasformò una serata qualunque in una ferita collettiva. A Cesenatico, lungo il porto canale, un’auto con a bordo il cantante Piero Focaccia (oggi 80 anni) e due amici uscì di strada: una sbandata sull’asfalto gelato, l’urto contro un tratto di muretto e poi il salto nell’acqua scura, fredda, che in pochi istanti inghiottì la vettura. Nell’abitacolo il tempo si fece nemico. I due ragazzi rimasero intrappolati e morirono; Focaccia, invece, riuscì miracolosamente ad uscire dall’abitacolo e a salvarsi.
La notizia corse veloce tra Cervia, Milano Marittima e tutta la riviera. In quegli anni i gruppi di ragazzi avevano i loro bar e i loro ritrovi, e i nomi non erano numeri: erano facce, abitudini, amicizie. Per questo la tragedia non restò “di qualcuno”, ma divenne subito “di tutti”. Nelle ore successive, tra voci e conferme cercate con ansia, la comunità si strinse attorno alle famiglie, in un silenzio che diceva più di qualunque parola.
Allora non c’erano filtri né la cautela di oggi: chi arrivò sul posto o negli ambienti del recupero si trovò davanti immagini durissime. I corpi vennero recuperati e composti, poi riportati a Cervia, dove la camera ardente fu allestita alla chiesa Stella Maris. Gli amici vegliarono nella notte, mentre durante il giorno i familiari restavano accanto alle bare, piegati da un dolore che non ha bisogno di cronaca.
Il funerale vide una partecipazione enorme: la città intera, le autorità civili e militari, e un corteo che procedette a piedi, con le bare portate a spalla. Al passaggio le serrande dei negozi si abbassarono, come si usava allora; davanti ai luoghi di ritrovo dei ragazzi partì l’applauso, unico gesto possibile per accompagnare l’addio. Poi il cielo si fece improvvisamente nero e un acquazzone investì la folla, come a chiudere quella pagina con un segno.
Sessant’anni dopo, quella notte di dicembre resta un monito. Il ghiaccio, la nebbia, la strada traditrice non concedono confidenza: chiedono prudenza, soprattutto ai più giovani, perché basta un attimo – una curva, una velocità di troppo, un riflesso tradito – per cambiare tutto.
Foto di Gian Pietro Stignani