L’ipotesi di aprire un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) in Emilia-Romagna irrompe nel dibattito politico regionale e accende tensioni nella maggioranza di centrosinistra. A far discutere è la disponibilità espressa dal presidente Michele de Pascale a “sedersi” con il governo per un confronto sulla sicurezza, senza escludere a priori anche la strada del Cpr, tema che finora era rimasto un tabù nell’area progressista.
La reazione più netta arriva da Bologna. A margine di un evento all’Università, l’assessora comunale alla Sicurezza Matilde Madrid liquida l’idea come una falsa priorità: “Di Cpr ce ne sono già moltissimi in Italia, e ci sono centinaia di posti vuoti”, sottolineando che il focus dovrebbe essere “far funzionare le procedure” e non aprire nuove strutture. Madrid aggiunge anche una critica di merito, richiamando il tema dei diritti nei centri, giudicati luoghi in cui “la tutela dei diritti risulta carente”.
Lo strappo però non è solo tra Regione e Comune: si apre soprattutto dentro la coalizione che sostiene de Pascale. Avs parla di “errore” e ribadisce il no a strutture considerate “di detenzione amministrativa”; il M5S respinge l’equazione tra sicurezza e presenza di stranieri irregolari; i civici richiamano il programma di mandato e avvertono che “normalizzare” la parola Cpr finisce per rendere praticabile ciò che era indicato come indisponibile.
Nel Pd, intanto, la linea ufficiale prova a smorzare: il capogruppo dem Paolo Calvano insiste sul fatto che l’obiettivo del governatore sia aprire un confronto perché le ricette del governo “non stanno funzionando”, più che sposare lo strumento così com’è.
Sul fronte opposto, Fratelli d’Italia registra l’assist: per Galeazzo Bignami la discussione “si può fare”, pur ricordando che la scelta finale spetta al ministero dell’Interno.
La partita, ora, è tutta politica: tra richiesta di sicurezza, rapporti con il Viminale e tenuta di una maggioranza che sul tema mostra già le prime crepe.