Quando chiude un negozio, non perde valore solo la via: perde valore anche la casa. Secondo un’indagine di Confcommercio in collaborazione con Swg, gli immobili situati in quartieri colpiti dalla desertificazione commerciale valgono in media il 16% in meno rispetto a quelli in aree mediamente servite. Il divario arriva addirittura al 39% se confrontati con zone ricche di negozi e servizi di prossimità.
La crisi del commercio di vicinato, quindi, non è solo un problema di fatturati e saracinesche abbassate, ma un tema patrimoniale che riguarda direttamente i proprietari di appartamenti e locali. Un negozio vuoto, con il cartello “affittasi” fisso in vetrina, non è una rendita in attesa di tempi migliori: è un fattore che trascina verso il basso l’attrattività del quartiere e, di conseguenza, il valore di tutti gli immobili circostanti.
Non stupisce che l’80% degli intervistati provi tristezza davanti alle serrande chiuse e che quasi tre persone su quattro colleghino la scomparsa delle attività al peggioramento della qualità della vita. Bar, ristoranti, botteghe e negozi di vicinato sono percepiti come presìdi di sicurezza, cura dello spazio pubblico e socialità. Dove mancano, crescono senso di abbandono, insicurezza e voglia di andarsene.
Per questo i proprietari di negozi e fondi commerciali sono oggi chiamati a ragionare in modo più flessibile e lungimirante: canoni troppo alti, contratti rigidi e attese irrealistiche sul rendimento rischiano di trasformarsi in un boomerang. Meglio un affitto leggermente più basso ma stabile, magari a un’attività di qualità, che un locale chiuso per anni. Investire sul buon commercio di quartiere significa, in realtà, difendere e valorizzare il proprio patrimonio immobiliare.