Da anni, come noto, il Museo della Marineria di Cesenatico è capofila di un progetto ambizioso: far riconoscere la navigazione con vela al terzo come patrimonio immateriale dell’Unesco. Una pratica antica, fatta di scafi in legno, alberi, pennoni e vele trapezoidali, che nell’Alto Adriatico ha segnato per secoli la vita dei porti.
Oggi non ha più una funzione economica, ma continua a vivere grazie alla passione di privati, associazioni e amministrazioni comunali. A Cesenatico se ne contano una trentina, raccolte nel porto canale e nel porto-museo; tra Cattolica e Cervia si arriva a una cinquantina, senza contare la “galassia” di barche storiche tra laguna veneta, costa slovena e Croazia.
Davide Gnola, direttore del Museo e anima della candidatura, lavora al dossier dal 2019. Non promette date, ma assicura che il percorso non si è mai fermato. Anzi: la candidatura, racconta, è considerata “molto forte e molto solida”. Del resto, le vele al terzo rappresentano una pratica esemplare di patrimonio immateriale: un’arte e una tecnica che non sono più sul mercato, ma che una comunità continua ostinatamente a tramandare, restaurando scafi, insegnando a issare le vele, organizzando uscite e regate storiche.
Il nodo, semmai, è politico e procedurale. Quella delle vele al terzo è una candidatura multinazionale, che coinvolge più Paesi e risente quindi degli equilibri e delle priorità di ciascuno: “Spagna e Grecia – spiega Gnola – stavolta hanno scelto di portare avanti prima altre candidature, considerate più strategiche, e l’iter delle vele al terzo è slittato di un anno”. L’Unesco, del resto, è “un carrozzone” in cui ogni Stato gioca le proprie carte, alternando dossier nazionali e internazionali in base al peso che ciascuno porta con sé.
Ed è qui che il confronto con la cucina italiana diventa inevitabile. Dietro quel riconoscimento c’è un mondo economicamente fortissimo: prodotti tipici, grandi filiere agroalimentari, consorzi, marchi celebri in tutto il globo. Le vele al terzo, invece, non muovono interessi di mercato; rappresentano piuttosto il tessuto minuto di comunità costiere, di cantieri tradizionali, di volontari che investono tempo e risorse per tenere vive barche che sfiorano i due secoli di vita. Meno peso economico, ma forse ancora più nitido il senso di ciò che l’Unesco chiama “patrimonio immateriale”.
Il dossier italiano è stato consegnato a marzo di quest’anno e la “roadmap” procede: dopo il riconoscimento della Soprintendenza di Ravenna nel 2023, valido in ambito romagnolo, si attende ora l’inserimento all’ordine del giorno del Comitato internazionale. A Cesenatico c’è fiducia che entro il prossimo anno possa arrivare una risposta positiva. Nel frattempo le vele continuano a colorare il porto, a uscire in mare e a raccontare, con il loro silenzioso avanzare sull’acqua, una storia che vale già oggi come patrimonio condiviso, in attesa che anche una sigla internazionale lo sancisca finalmente nero su bianco.