Dopo il biathlon olimpico, anche la neve paralimpica ritrova l’ombra lunga e amatissima di Marco Pantani. Prima era stato il francese Emilien Jacquelin, bronzo nell’inseguimento 12,5 km di Anterselva, a correre con l’orecchino del suo idolo e a dedicargli il podio, spiegando di essere cresciuto ammirandolo e di aver impostato la gara “attaccando sempre”, proprio come faceva il Pirata.
Adesso, a raccogliere quel testimone ideale, è un italiano delle Paralimpiadi: Giuseppe Romele, per tutti Beppe, uno dei volti più forti e riconoscibili della squadra azzurra di para-sci di fondo. Anche lui sente Pantani vicino, quasi come una guida emotiva: non soltanto per il fascino del campione che sfidava la fatica, ma per quella capacità di trasformare il dolore in slancio, la sofferenza in corsa, il limite in carattere.
Romele, nato con ipoplasia femorale bilaterale, ha costruito una carriera fuori dal comune. Prima il nuoto, con il titolo italiano nei 50 stile libero nel 2006, poi il triathlon, fino alla qualificazione e alla partecipazione ai Giochi di Parigi 2024. Sulla neve, però, è diventato un riferimento assoluto: bronzo paralimpico nella middle distance sitting a Pechino 2022, doppio titolo mondiale a Östersund 2023 e successi recenti in Coppa del Mondo che lo presentano a Milano Cortina con ambizioni altissime.
Il legame con Pantani non è una posa, ma un simbolo. Come Jacquelin, anche Romele trova nel Pirata un’ispirazione autentica, fatta di istinto, coraggio e verità sportiva. In fondo è questo che rende immortali certi campioni: continuano a vivere nei gesti degli altri. E così, ventidue anni dopo la morte di Pantani, il suo spirito torna ancora a sfrecciare sulla neve italiana. Stavolta non su una bici, ma sullo slittino di un azzurro che sogna una medaglia in casa e che, come il suo idolo, non ha mai avuto paura della fatica.