22 Settembre, 2026 Cesenatico

Due ergastoli per il caso Minguzzi: quando i killer portano la divisa

Nella Bassa Romagna le notti sanno ancora di nebbia e d’argilla. È in una di quelle notti — tra il 20 e il 21 aprile 1987 — che la vita di Pier Paolo Minguzzi si spezza e diventa memoria collettiva. 

Ventun anni appena, carabiniere di leva in licenza dalla caserma di Bosco Mesola per le festività pasquali, una fidanzata, l’aria intatta dei vent’anni. Esce, saluta, promette un “a domani” che non arriverà mai. Da quel momento la sua assenza comincia a pesare come il piombo.

Le telefonate giungono a casa con la ferocia sorda dei sequestri: dieci, forse di più, tutte con la stessa richiesta martellante — trecento milioni di lire. Una voce senza volto scandisce l’ansia, tiene in ostaggio il tempo. 

In paese si mormora, si cerca, si spera. Poi il fiume, il Po di Volano, restituisce ciò che non dovrebbe mai restituire: il corpo di Pier Paolo, il primo maggio, legato a una pesante grata sottratta a un edificio abbandonato, come a voler assicurare che la verità restasse sul fondo per sempre. Ma la verità, ogni tanto, sa nuotare.

Le indagini partono subito, ma si sfilacciano nei meandri delle versioni e dei silenzi. Nel 1996 arriva l’archiviazione: nessun colpevole. La comunità si stringe al dolore di una famiglia che non arretra. 

Passano gli anni, cambiano le stagioni e gli uomini, non cambia la domanda: chi ha tolto la vita a Pier Paolo? Nel 2018, dopo l’esposto dei parenti, il fascicolo si riapre. Tornano i nomi, si riascoltano le voci, si ricuciono i fili di una trama che, nel frattempo, ha lasciato dietro di sé un’altra scia di sangue e denaro: l’estorsione all’imprenditore Roberto Contarini e la sparatoria di Taglio Corelli, luglio 1987, dove muore il carabiniere ventitreenne Sebastiano Vetrano. Tre uomini — due carabinieri in servizio alla stazione di Alfonsine, Orazio Tasca e Angelo Del Dotto, e l’idraulico Alfredo Tarroni — entrano e escono dalle cronache, negano, rivendicano estraneità, ma le loro ombre restano.

Arriva il primo grado, nel 2022, e sorprende: assoluzione per tutti e tre. Non basta a chi aspetta giustizia da trent’anni e più. In appello il processo cambia passo. Una perizia fonica, commissionata proprio nel giudizio di secondo grado, accosta la voce del telefonista del sequestro a quella di Tasca, che aveva già ammesso di essere stato il telefonista nell’estorsione a Contarini. I tasselli sembrano combaciare meglio: la richiesta di riscatto identica, la dinamica, la rete di relazioni. E tornano a galla, insieme alle carte, anche le “ombre” delle prime indagini: omissioni, piste fredde troppo in fretta, incongruenze.

Nell’aula della Corte d’assise d’appello di Bologna, a distanza di trentotto anni, la storia trova una forma giudiziaria. La sentenza è netta: ergastolo per Orazio Tasca e Angelo Del Dotto, riconosciuti colpevoli di sequestro di persona a scopo di estorsione con esito mortale ai danni di Pier Paolo Minguzzi. Confermata l’assoluzione per Alfredo Tarroni. Non è l’ultima parola — ci sarà la Cassazione — ma è un punto fermo inciso nel marmo della memoria pubblica.

In aula ci sono la madre di Pier Paolo, Rosanna Liverani, novantadue anni, e i fratelli Gian Carlo e Anna Maria. Non hanno saltato un’udienza: più di venti, in due gradi, una presenza che è filo rosso e resistenza civile. Quando il presidente legge il dispositivo, il tempo sembra comprimersi: la notte del ’87, le telefonate, il fiume, i faldoni, i rinvii. Tutto confluisce in quelle parole che, per una volta, non scivolano via.

La giustizia non reca consolazione piena: non restituisce i vent’anni, non cancella l’acqua del Po, non alleggerisce la grata. Ma riconosce, nomina, ricuce. In una terra che vive di argini e di pazienza, la verità ha impiegato decenni per farsi strada. Oggi ha un volto processuale e un suono secco: due ergastoli. E il nome di Pier Paolo Minguzzi, finalmente, non è più soltanto un mistero di paese, ma una storia ascoltata fino in fondo.

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