22 Settembre, 2026 Cesenatico

Due indagati per la scomparsa del sub: l’inchiesta cambia passo

La svolta è arrivata quando molti credevano che la vicenda fosse destinata a scivolare nel cono d’ombra delle tragedie di mare: dopo settimane di atti dovuti, la Procura di Ravenna ha iscritto due persone nel registro degli indagati per la scomparsa di Ugo Coppola, 54 anni, svanito il 13 agosto durante un’immersione di gruppo sul relitto del Paguro. L’ipotesi è omicidio colposo: un cambio di marcia che fa uscire la storia dal campo della “fatalità” e la porta nell’arena, più scomoda ma necessaria, delle responsabilità personali e organizzative.

Il fascicolo, coordinato dal sostituto procuratore Silvia Ziniti, abbraccia l’intera spedizione del Dive Planet di Rimini e spinge la lente anche sul percorso formativo di Coppola: brevetti effettivamente conseguiti, idoneità medica aggiornata, eventuali specializzazioni per immersioni su relitto. Non è un dettaglio burocratico. Il Paguro — scheletro metallico di una piattaforma affondata nel ’65, labirinto fra 20 e 26 metri con visibilità spesso grigia — non perdona leggerezze: è un sito affascinante, ma non per principianti.

I magistrati vogliono capire chi ha deciso cosa, prima e durante la discesa. Primo snodo: con quali titoli Ugo sia sceso quel giorno. Circola la voce di un “open water” base (limite 18 metri) e di un corso Advanced forse frequentato ma non certificato; tasselli che, se confermati, aprirebbero scenari delicati sul fronte della vigilanza didattica e dei controlli documentali. 

Altro capitolo: l’abbinamento in acqua. Chi era il suo compagno? Che esperienza aveva? Dov’era quando il pescarese è scomparso dai radar? In un ambiente torbido dove basta un fruscio di corrente per perdere le pinne di vista, il buddy system è la bussola che ti salva: se salta quella catena, tutto il resto crolla.

C’è poi la mattinata della partenza: briefing, assegnazioni, check dell’attrezzatura, procedure d’emergenza ripassate o date per scontate? La Guardia Costiera, che ha sospeso le ricerche dopo quattro giorni senza esito, ha scandagliato il relitto e i suoi anfratti. Ma la Procura no: la Procura non archivia. E la scelta di individuare due indagati sposta l’attenzione dal “dove” al “come”: sono stati rispettati i protocolli di sicurezza, dalla pianificazione alla risalita? In caso di smarrimento, il protocollo d’emergenza dice: un minuto a ritroso, poi stop all’immersione e risalita controllata. È stato insegnato, preteso, verificato?

Sul tavolo degli inquirenti arrivano anche le testimonianze: l’ex istruttrice che in passato aveva giudicato Ugo non idoneo; i video in piscina alla Y-40 che lo ritraggono con il titolare del centro riminese; i compagni di barca di quel 13 agosto, pronti a ricostruire i momenti che precedono la discesa. Tassello dopo tassello, l’inchiesta cerca il filo che unisca formazione, organizzazione e condotta in acqua.

L’iscrizione di due persone nel registro degli indagati non è una sentenza: è un segnale forte che lo Stato invia a un mondo — quello delle immersioni ricreative su siti complessi — dove l’asticella della responsabilità non può essere elastica.

Oggi le speranze di ritrovare Ugo in vita sono svanite, ma la verità non può affondare nel limo. La novità nelle indagini illumina un punto fermo: in mare, come a terra, la linea tra incidente e colpa passa dalla cura. E quella, ora, sarà misurata al millimetro.

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