Si può chiamare “accordo”, “transazione”, “patto di buon senso” a seconda delle prospettive. Ma, al di là del lessico, resta un fatto: a Ravenna – unica eccezione italiana – nel contenzioso dell’Imu sulle piattaforme, Eni ha scelto la scorciatoia del patteggiamento e il Comune ha incassato subito. Nel 2018 ha siglato un accordo per 9,5 milioni all’anno dal 2012 al 2015, lo scorso novembre ha accettato di versare altri 43 milioni per il 2016-2019.
Milioni veri, ossigeno prezioso per cantieri e progetti. Ma proprio quando il bonifico ha sostituito il contenzioso, il capitolo più delicato — quello dell’impatto ambientale — come d’incanto è sparito. Lo prevedeva un accordo di collaborazione con Palazzo Merlato da 3 milioni all’anno, destinati soprattutto ai ripascimenti per attenuare l’erosione della costa ravennate, aggravata dalla subsidenza accentuata dalle estrazioni di metano.
L’accordo esisteva dal 1993 e l’ultimo rinnovo risulta nel 2021, guarda caso poco dopo il patteggiamento col Comune sull’Imu. E qui il sospetto non è una forzatura: è un dovere civile.
Perché Ravenna non è un luogo qualunque. È la capitale dell’offshore, la città che per decenni ha avuto un patto “verde” con il cane a sei zampe: contributi stabili per non alterare il delicato eco-sistema marino.
Poi, proprio mentre Eni e Comune si stringono la mano sull’IMU, quel rubinetto si chiude. Coincidenze? Forse. Ma nel frattempo, proprio al largo di Ravenna, i pescatori raccontano di un mare più povero; in alcune aree le vongolare parlano di fondali esausti, di rese crollate. Sarà davvero solo sfortuna?
La domanda — politica, non penale — ci riguarda da vicino perchè in quelle acque pescano, da sempre, molte imbarcazioni di Cesenatico, anche quelle stesse vongolare che, nelle scorse settimane, sono rientrate in porto con i gusci vuoti.
Possibile che Ravenna abbia scambiato la certezza di cassa con l’incertezza ambientale? Possibile che abbia barattato la salute del nostro mare con la rapidità di un incasso?
Va precisato che già in passato il settore ittico era andato incontro a periodi di misteriosa carestia, ma vi stupireste se vi dicessimo che, ancora una volta, i problemi della pesca nascono dalle scelte dell’uomo?
C’è un filo che unisce le decisioni politiche di Ravenna con la crisi del comparto della pesca? Una stessa trama tra pescherecci che rientrano vuoti, le spiagge che arretrano, i cantieri che avanzano? Qualunque sia la verità, una cosa è certa: quel filo o si rinforza con fatti e numeri o si spezza nel più italiano dei sospetti: ti pago qui, mi lasci stare là.
A pensar male si farà pure peccato; ma quando la rete è vuota e la costa arretra, non è il peccato a fare più rumore: è il silenzio.