È l’ennesimo segnale, e questa volta arriva da un luogo simbolico: nella notte tra venerdì e sabato ignoti hanno svuotato le bobine di rame nel cantiere per l’ampliamento del blocco 1 dell’ospedale di Ravenna. Un colpo “pulito”, che – secondo le prime stime – vale tra i 10 e i 15mila euro e che rischia di lasciare strascichi anche sui tempi dei lavori, perché quel materiale era destinato al rifacimento degli impianti. Operai e forze dell’ordine hanno trovato le bobine al loro posto, ma completamente svuotate: un’azione che, per quantità e modalità, fa pensare a persone esperte e attrezzate.
Non è però un caso isolato: in Romagna, e in particolare nel Cesenate, si moltiplicano i colpi legati all’“oro rosso”. A Cesenatico nelle ultime settimane sono emersi diversi episodi: dai cavi elettrici tranciati e ritrovati in forma di “matassa” (con una denuncia per furto aggravato) fino ai furti di rame segnalati nella zona di Zadina, tra grondaie sparite e danneggiamenti. Una scia che, letta nel suo insieme, restituisce l’immagine di un’attività non occasionale ma strutturata.
È qui che torna d’attualità un copione già visto: il rame è facile da piazzare e molto richiesto nel circuito illegale. La quotazione ufficiale LME, ad esempio, era indicata a 13.369,50 dollari/tonnellata (30 gennaio 2026), pari a circa 11,2 euro al chilo al cambio di riferimento BCE (1 euro = 1,1919 dollari). Sul fronte dei rottami, le valutazioni possono scendere (in base a qualità e lavorazione), ma restano comunque appetibili.
Sul tavolo investigativo – sempre come ipotesi e non come certezza – c’è la pista di una rete organizzata e ramificata dell’est Europa: perché per muovere chili e chili di rame serve logistica, contatti e canali di smercio. Intanto la polizia lavora su rilievi e videosorveglianza: il furto di Ravenna, in questo quadro, appare solo l’ultimo episodio di una serie che dice una cosa chiara: la “banda del rame” è tornata a colpire con continuità.