C’era un tempo in cui l’Emilia-Romagna era considerata la prima della classe della partecipazione elettorale. Oggi, invece, anche qui l’astensionismo è diventato un fenomeno strutturale, al punto da ridisegnare il rapporto tra cittadini e democrazia.
È questa la fotografia che emerge dall’indagine realizzata da Demopolis e al centro dell’incontro “Le ragioni degli assenti”, in programma martedì sera a Bologna, all’auditorium Illumia di via de’ Caracci, su iniziativa di Incontri Esistenziali e Bologna Bene Comune.
I numeri raccontano meglio di ogni analisi la trasformazione: nel 2005 alle regionali votò il 77% degli aventi diritto; nel 2010 si scese al 68%; nel 2014 al minimo storico del 37,7%; nel 2020 ci fu una risalita al 68%, prima del nuovo calo al 46% registrato nel 2024. Un andamento che conferma come il non voto non sia più un fatto episodico, ma una componente stabile del panorama politico regionale.
Secondo Demopolis, l’identikit dell’astensionista emiliano-romagnolo unisce poca fiducia nelle istituzioni, totale sfiducia nei partiti, scarso interesse per la politica e una minore soddisfazione per la qualità della vita nel proprio territorio.
Tra chi non vota, solo il 50% si dice soddisfatto della vita in regione, contro una media generale del 65%. A pesare sono anche la convinzione che la politica non incida più sulla vita reale e la percezione di non trovare un’offerta capace di rappresentare bisogni e aspettative, soprattutto tra i più giovani.
Il segnale, dunque, è profondamente regionale: anche in una terra con una lunga tradizione civica si allarga la frattura tra elettori e rappresentanza. Per Enrico Biscaglia, presidente di Bologna Bene Comune, si tratta di «una grave crisi di fiducia» che investe non solo il livello nazionale, ma anche la classe dirigente locale. Eppure uno spazio per invertire la rotta esiste ancora: credibilità, qualità della classe politica e proposte concrete restano, secondo l’indagine, le condizioni per riportare almeno una parte degli assenti alle urne.