Un voto che divide e incendia il dibattito politico in Emilia-Romagna. L’Assemblea Legislativa regionale ha approvato la risoluzione — primo firmatario il pentastellato Lorenzo Casadei — che impegna la Giunta a valutare, attraverso le Conferenze territoriali sociali e sanitarie e i Comitati consultivi misti, la compatibilità tra il diritto alla salute psico-fisica delle donne e la presenza di manifestazioni anti-aborto nei pressi di consultori, cliniche e ospedali.
Il testo non si ferma qui: la Regione chiede al Parlamento di approvare una normativa nazionale per istituire vere e proprie “zone di accesso sicuro”, spazi protetti attorno alle strutture sanitarie dove le donne possano esercitare il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza senza subire pressioni o intimidazioni.
Le opposizioni hanno votato contro, bollando la risoluzione come un provvedimento “ideologico” e un pericoloso vulnus alla libertà di manifestazione. Duro l’affondo dell’associazione Pro Vita & Famiglia, che ha parlato di atteggiamento “stalinista” da parte della Regione. “Si criminalizzano opinioni pro-vita e forme pacifiche di libera espressione – ha denunciato la portavoce Maria Rachele Ruiu –. Così si alimenta odio sociale, con il rischio di episodi di violenza”.
Di segno opposto la replica della maggioranza. Paolo Trande (Avs) ha precisato: “Non si tratta di vietare manifestazioni, ma di spostarle di qualche metro. Non parliamo di preghiere, bensì di presidi politici, cartelli e messaggi colpevolizzanti rivolti alle donne”.
La risoluzione si inserisce in un conflitto ormai nazionale: da un lato chi rivendica la tutela della salute e della libertà delle donne di fronte a campagne intimidatorie, dall’altro chi denuncia un bavaglio imposto al pensiero pro-life. In mezzo, un clima che rischia di esasperarsi, mentre la Regione Emilia-Romagna si ritrova al centro della polemica con accuse pesantissime e un dibattito che promette di infiammare anche il Parlamento.