In Romagna, il 6 gennaio “porta via” le feste, ma non lo fa in silenzio. L’Epifania qui ha una colonna sonora precisa: le canzoni della Pasquella, un canto rituale ancora vivo in diverse aree romagnole, legato alla questua (il giro di case e osterie) e alla logica del dono e dello scambio: si portano auguri di prosperità e buona annata e si riceve in cambio qualcosa da condividere: vino, cibo, offerte, dolci. È un modo popolare, concreto e allegro di salutare il Natale e aprire la porta al tempo “profano” che conduce al Carnevale.
I protagonisti cambiano nome da paese a paese – pasquaroli, pasqualotti, pasquellanti – ma l’idea resta la stessa: un piccolo “corteo” di voci e strumenti che attraversa le strade e riannoda legami. In tanti centri della costa e dell’entroterra romagnolo la festa si traduce anche in appuntamenti pubblici: a Cervia, per esempio, i gruppi sono spesso “capitanati” dalla Befana e l’Epifania diventa un pomeriggio di canti e dolci per i bambini, dentro una cornice di festa di paese.
Il focus più suggestivo, però, è Cesenatico, dove la Pasquella trova un palcoscenico naturale: il Porto Canale. Qui la tradizione si concentra in un evento riconoscibile e molto “romagnolo” nel tono: “La Pasquella sul Porto Canale”, con ritrovo in Piazza Ciceruacchio e i gruppi di pasquaroli che propongono i canti dell’Epifania nel primo pomeriggio. Accanto alle voci, arrivano anche numeri di spettacolo legati al folklore locale, come gli sciucarén (frustatori), che completano l’atmosfera tra suono, ritmo e bravura artigianale.
Così l’Epifania in Romagna diventa una festa doppia: intima, quando bussa alle porte con gli auguri cantati; e collettiva, quando si riversa nelle piazze e lungo l’acqua. Una ricorrenza che, più che “chiudere” il Natale, lo accompagna fuori di casa: con un sorriso e una strofa in dialetto.