L’approvazione della legge regionale dell’Emilia-Romagna sul fine vita riaccende un confronto che attraversa la politica, la medicina, il mondo cattolico e l’intera società. A prendere posizione, con parole destinate a far discutere, è anche Don Mirco Bianco, un sacerdote che sta vivendo in prima persona la sofferenza della malattia.
Il parroco di Villamarina e Gatteo Mare, impegnato da tempo nella lotta contro un tumore in stadio avanzato, ha affidato ai social un messaggio tanto duro quanto personale: “Da oggi in Emilia-Romagna per uccidere le persone non servono più i coltelli. Con la nuova legge approvata si uccideranno le persone con una legge regionale. Io, malato oncologico grave, mi sento profondamente ferito da questa legge diabolica che vuole sopprimere la vita umana. Non nel mio nome”.
Parole che assumono un peso particolare proprio perché pronunciate da chi affronta quotidianamente il dolore, le cure e l’incertezza della malattia. Non si tratta soltanto di una posizione teologica o pastorale, ma della testimonianza di una persona che vive sulla propria pelle la fragilità e che, proprio per questo, rivendica il valore della vita anche nelle situazioni più difficili.
Il sacerdote, che si trova attualmente sulle Dolomiti in un campo giovani, esprime una netta contrarietà alla normativa appena approvata dalla Regione Emilia-Romagna, ritenendola incompatibile con la tutela della dignità della persona. La sua riflessione si inserisce nel solco della posizione della Chiesa cattolica, che considera il suicidio medicalmente assistito moralmente inaccettabile e invita invece a rafforzare le cure palliative, il sostegno alle famiglie e l’accompagnamento dei malati.
La legge regionale, approvata dall’Assemblea legislativa, disciplina le procedure organizzative per l’accesso al suicidio medicalmente assistito nei casi previsti dalla giurisprudenza costituzionale. Un provvedimento che continua a dividere profondamente l’opinione pubblica, tra chi lo considera uno strumento di autodeterminazione e chi, al contrario, teme che possa rappresentare un arretramento nella tutela della vita.