22 Settembre, 2026 Cesenatico

Forlì-Cesena, donne più penalizzate nel lavoro: occupazione in calo, salari più bassi e meno autonomia

Nella provincia di Forlì-Cesena le donne rappresentano il 51% della popolazione residente, ma questo dato non si traduce ancora in una reale parità nel mercato del lavoro. È il quadro che emerge dai dati dell’Osservatorio sull’economia e il lavoro provinciale, rilanciati dalla CGIL Forlì-Cesena in vista dell’8 marzo. Una fotografia impietosa, che racconta una realtà in cui il lavoro femminile continua a essere più fragile, discontinuo e meno retribuito rispetto a quello maschile.

A colpire, prima di tutto, è l’andamento dell’occupazione negli ultimi anni. Dal 2019, infatti, l’occupazione femminile in provincia è diminuita del 3,1%, mentre quella maschile è cresciuta dell’1,1%. Un divario che, secondo il sindacato, dimostra come neppure in un territorio con livelli occupazionali complessivamente alti si riescano a superare gli squilibri strutturali che penalizzano le donne.

Ancora più significativo è il dato relativo all’inattività. Sempre dal 2019 le persone inattive sono aumentate del 9,7%, ma tra le donne la crescita raggiunge il 14,3%, contro il 2,9% degli uomini. Un segnale che parla di uscita dal mercato del lavoro, spesso legata all’impossibilità di sostenere carichi familiari, lavoro povero e scarsità di servizi adeguati per la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.

Il problema, però, non riguarda soltanto l’accesso all’occupazione, ma anche la sua qualità. Nel settore privato, solo il 44,6% dei lavoratori dipendenti può contare su un impiego stabile, a tempo pieno e per tutto l’anno. Tra le donne questa quota crolla al 28,5%. In altre parole, per una larga parte delle lavoratrici la normalità è fatta di part-time involontario, contratti discontinui e maggiore precarietà.

A questo si somma il nodo delle retribuzioni. I dati Inps evidenziano che nella provincia di Forlì-Cesena la retribuzione media giornaliera delle donne è inferiore di oltre 27 euro rispetto a quella degli uomini, con un divario salariale del 26,4%. Se si guarda alla media annuale, il gap supera il 32%. Una distanza che non pesa soltanto sul presente, ma si riflette anche sul futuro: stipendi più bassi significano contributi più bassi e, quindi, pensioni più povere.

Per la CGIL, l’autonomia economica è anche una questione di libertà. Avere un lavoro stabile, dignitoso e ben retribuito significa poter scegliere, sottrarsi a ricatti e uscire da situazioni di violenza o dipendenza. Per questo il sindacato insiste sulla necessità di politiche pubbliche più coraggiose, capaci di intervenire sulle cause profonde della disuguaglianza.

Il quadro si inserisce inoltre in una dinamica demografica difficile: dal 2010 le nascite in provincia sono diminuite del 38,1%, in misura peggiore rispetto alla media regionale e nazionale, mentre cresce la popolazione anziana. Un contesto in cui assume un peso crescente anche la presenza migrante: oltre 44 mila residenti stranieri, pari all’11,3% della popolazione, più della metà donne. Nel 2024, oltre il 21% dei bambini nati in provincia ha cittadinanza straniera.

Secondo la CGIL Forlì-Cesena servono investimenti nei servizi, nel welfare territoriale, nella qualità del lavoro, nella parità salariale e nell’inclusione sociale. Da qui anche la critica al decreto che cancella il ruolo delle Consigliere di parità provinciali, considerate un presidio fondamentale contro le discriminazioni nei luoghi di lavoro. “Senza autonomia economica delle donne non c’è vera libertà e non c’è giustizia sociale”, ribadisce la segretaria generale Maria Giorgini.

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