Più auto sulle strade, meno officine dove farle riparare. In Romagna il paradosso della motorizzazione crescente è evidente, ma nella provincia di Forlì-Cesena la tendenza racconta un cambiamento di lungo periodo: in dieci anni le officine indipendenti sono scese da 574 a 507, 67 attività in meno (-11,7%). Un arretramento costante, in linea con la media dell’Emilia-Romagna, che nello stesso periodo ha perso 669 autoriparatori (-11%), mentre il parco auto regionale è salito di oltre 328mila vetture fino a quota 3,08 milioni (+11,9%).
Nel Forlivese-Cesenate il tasso di motorizzazione è di 688 auto ogni mille abitanti: leggermente sotto la media nazionale, ma sufficiente a generare una domanda continua di manutenzione, soprattutto su un parco circolante che invecchia. Eppure l’offerta si assottiglia. L’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre indica cause strutturali che colpiscono la rete di piccole imprese artigiane.
Pesano i costi fissi — affitti, bollette, smaltimento dei rifiuti speciali, adeguamenti normativi — in un settore dove i margini si riducono. La concorrenza passa anche dall’online: ricambi comprati in rete e portati in officina, con responsabilità che spesso ricadono sul meccanico. A questo si aggiunge la svolta tecnologica: elettronica, centraline, Adas, ibrido. Per stare al passo servono diagnosi, strumenti e formazione continua, investimenti che molte realtà familiari faticano a sostenere.
C’è poi il nodo generazionale. Quando il titolare va in pensione, non sempre c’è un passaggio di testimone: i giovani scelgono altri lavori e la bottega chiude. Intanto avanzano concessionarie e grandi reti, forti di economie di scala e promozioni.
Il risultato, in provincia, è un servizio più raro e più lontano: tempi d’attesa che si allungano e clienti che si spostano. Per invertire la rotta servono incentivi alla formazione tecnica e sostegni agli investimenti. Altrimenti Forlì-Cesena rischia di ritrovarsi con sempre più auto e sempre meno chiavi inglesi.