Quando il termometro scende sottozero – a Cesenatico in questi giorni l’aria è pungente e la notte si va di gran lungo sotto lo zero – molti descrivono la stessa sensazione: stanchezza, irritabilità, voglia di chiudersi in casa. Una parte è psicologica (meno uscite, meno socialità), ma c’è anche una base biologica.
Il primo fattore è la luce: in inverno diminuisce l’esposizione al sole e questo può alterare ritmo circadiano e ormoni come la melatonina, oltre a ridurre l’attività serotoninergica in alcune persone. È un punto chiave del Disturbo Affettivo Stagionale (SAD), dove entrano in gioco anche vitamina D e sonno più “sfasato”. Non a caso la terapia della luce è tra gli interventi più studiati.
Poi c’è lo stress da freddo: il corpo attiva il sistema simpatico (adrenalina/noradrenalina) per conservare calore. Nel breve può aumentare vigilanza e “carica”, ma se il freddo è prolungato e si dorme peggio, l’effetto può virare verso umore basso e ansia. Studi recenti collegano l’esposizione a temperature estreme, inclusa la fascia fredda, a un aumento del rischio di disturbi mentali in alcune popolazioni.
Infine, il “paradosso” del tuffo gelato: l’esposizione controllata al freddo (es. acqua fredda) può migliorare temporaneamente l’umore in alcuni lavori, probabilmente via catecolamine e regolazione dello stress; ma l’evidenza non è uniforme e i rischi impongono prudenza.
Tradotto: se ti senti giù col gelo, non è debolezza. Cerca luce (passeggiata diurna), movimento, sonno regolare e calore “buono”.