“Sarei potuto scappare”, dice don Mirco Bianchi. La diagnosi parla chiaro: tumore con metastasi. Per molti sarebbe stato il tempo del silenzio, delle stanze chiuse. Lui no. Ha studiato, sostenuto il concorso e il 1° settembre è rientrato nella sua seconda casa: la scuola. I suoi fedeli, del resto, lo conoscono bene: un prete diretto, capace di discutere e di abbracciare, “divisivo” su tanti temi etici perché non lascia mai indifferenti.
In aula porta il gesso, ma soprattutto la speranza. Non racconta trionfi: parla di una forza che sente più grande di lui, una fiducia che gli permette di restare “quando la paura spinge alla fuga”.
Ai ragazzi affida il suo messaggio più semplice: nessuna diagnosi definisce chi siamo, ogni giorno può essere un inizio. Restare, anche quando costa, è la prima lezione. E per lui restare significa servire: ieri i fedeli, oggi gli studenti.