Nel piccolo borgo di Civitella, in una notte qualunque, un audio “sparato a tutto volume” ha finito per aprire un dibattito molto più grande del fatto in sé. Il canto del muezzin, diffuso da un’abitazione privata, è diventato per l’assessore alla Sicurezza di Forlì Luca Bartolini un episodio “inquietante”: parola che lui rivendica come descrittiva, non ideologica.
Di notte, in un paese abituato ad altri suoni, quell’irruzione improvvisa – sostiene – “turba, rompe la tranquillità e desta ansia”. E il punto, per Bartolini, sarebbe proprio questo: non la fede, ma il contesto; non il diritto di pregare, ma il modo in cui un gesto privato si trasforma in “imposizione sonora collettiva”.
Detto così, l’argomento ha una logica elementare. La convivenza passa anche da regole non scritte – oltre che da ordinanze e limiti di decibel – che proteggono il riposo, soprattutto dei più fragili. Se un rumore notturno sveglia un anziano, o un’intera via, la questione non è “cosa” stia suonando, ma “quanto” e “quando”. In questa prospettiva, l’assessore insiste nel separare il tema dalla libertà religiosa: ricorda di aver ascoltato il muezzin in Egitto e Marocco con rispetto, perché lì è parte di una tradizione radicata e riconoscibile. E accosta il tema alle campane: simboli che, nel bene e nel male, fanno parte del paesaggio sonoro italiano.
Eppure, è proprio qui che nasce la contestazione di chi lo critica, in consiglio comunale e fuori. La parola “inquietante”, in un clima già polarizzato, non resta neutra: rischia di trasformare un problema di quiete pubblica in un’etichetta culturale. Se un canto religioso viene definito così, anche con l’intento dichiarato di descrivere un disturbo, il passo verso la stigmatizzazione può essere breve: non tutti leggeranno il dizionario etimologico, molti leggeranno il sottotesto. Tanto più se il ragionamento viene rinforzato da immagini evocative (“Islamabad”) e da citazioni identitarie come quella di Oriana Fallaci, che spostano l’asse dal diritto al riposo al timore di un cambiamento culturale percepito come minaccia.
Il nodo, allora, non è scegliere una tifoseria. È tenere insieme due verità che convivono: la libertà di praticare la propria fede e la libertà di non subire imposizioni. Un conto è pregare, un conto è invadere; un conto è chiedere rispetto delle regole, un conto è scegliere parole e cornici che – anche involontariamente – possono diventare benzina in mano a chi cerca lo scontro. La politica, soprattutto a livello locale, dovrebbe avere proprio questo compito: disinnescare, non amplificare.
Forse la via d’uscita sta nella banalità amministrativa, che spesso è anche la più equa: misurazioni, norme, eventuali richiami e soprattutto dialogo con i residenti e con chi ha diffuso l’audio. Non servono crociate né assoluzioni. Serve un patto di comunità: i simboli restano simboli, la notte resta notte e la convivenza si difende con fermezza e con misura. Perché senza l’una o senza l’altra si perde sempre qualcosa.