Ci sono vicende che, pur nascendo attorno a un’insegna, finiscono per raccontare molto di più di un semplice locale. Il caso del ristorante affacciato sul porto canale di Cesenatico è una di queste. Prima ancora di servire un piatto, il progetto ha già messo in tavola un tema antico e sempre attuale: il rapporto, spesso complicato, tra provocazione, sensibilità collettiva e senso della misura.
È comprensibile che una parte dell’opinione pubblica abbia provato disagio. Alcune parole, per storia, suono e retropensiero culturale, non sono mai neutre. E chi possiede un senso del pudore più marcato, o semplicemente una diversa soglia di tolleranza rispetto al linguaggio pubblico, può aver percepito quel nome come stonato, fuori luogo, forse persino urtante. Non c’è niente di sorprendente né di scandaloso nel fatto che un’espressione così forte abbia suscitato imbarazzo, soprattutto in un luogo simbolico e frequentato da famiglie come la passeggiata del porto canale.
D’altra parte, non si possono neppure liquidare con sufficienza le ragioni dei titolari. Da quanto è stato spiegato, dietro quella sigla e dietro quel nome c’è una vicenda personale, un racconto privato, perfino affettivo, che nelle loro intenzioni non avrebbe nulla di sessista né di omofobo. Anzi, tutto lascerebbe pensare a una narrazione interna, sopra le righe quanto si vuole, ma lontana da qualunque volontà di offendere categorie, mondi o identità di genere. Anche questo elemento va tenuto presente, se si vuole leggere la faccenda con equilibrio e senza cedere alla tentazione delle etichette facili.
In fondo, il punto più concreto della vicenda è che il problema, almeno sul piano visivo e pubblico, appare già in larga parte ridimensionato. Sull’insegna, infatti, non comparirà “Mignotta Maledetta”, ma il più neutro “M.M.”. E non è un dettaglio da poco. Perché un conto è il racconto identitario custodito all’interno di un locale, affidato magari al menù, alla conversazione, alla curiosità dei clienti; un altro conto è l’impatto diretto di una scritta esibita lungo uno dei luoghi più frequentati della città. La differenza tra spazio interno e spazio pubblico, in casi come questo, non è affatto secondaria.
Forse allora la verità, come spesso accade, sta in una zona intermedia meno urlata e più ragionevole. Si può capire chi si è sentito a disagio, senza per questo trasformare una scelta discutibile in un caso morale assoluto. E si possono comprendere le intenzioni dei gestori, senza per questo pretendere che tutti sorridano allo stesso modo davanti alla medesima provocazione. Cesenatico, in questa storia, si è specchiata per un momento nelle proprie sensibilità opposte. E forse il lato più utile della polemica è proprio questo: averci ricordato che, pur abitando tutti nello stesso Comune, siamo tutti profondamente diversi.